The Road - Recensione Regia: John Hillcoat – Cast: Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce, Michael K. Williams, Garret Dillahunt, Molly Parker, Brenna Roth, Bob Jennings, David August Lindauer – Genere: Drammatico, colore, 112 minuti – Produzione: USA 2009 – Distribuzione: Videa – CDE – Data di uscita: 28 maggio 2010
“The Road” è un film agghiacciante, che non lascia spazio all’immaginazione. Lo spettatore in sala vede scorrere sullo schermo immagini che mostrano una terra straziata da una catastrofe, della quale il regista sceglie di non menzionare l’origine. Se infatti nel libro di Cormac McCarthy (autore anche di “Non è un paese per vecchi”, romanzo dal quale i fratelli Coen hanno tratto un film premiato con l’Oscar), di cui questa pellicola rappresenta la trasposizione cinematografica, si capisce immediatamente che l’ambientazione e successiva ad un disastro nucleare (tante sono le scene in cui si descrive la cenere che copre tutto e tutti, l’aria sporca), in questo caso si lascia lo spettatore sospeso, incentrando la storia sul dopo, sulla sopravvivenza di un padre e un figlio che si trovano a combattere una battaglia terribile, oscurando completamente il perché l’umanità sia giunta a tanto. E così, come in tutte le situazioni estreme, i pochi sopravvissuti mostrano, amplificandole, le proprie qualità: i ‘buoni’ restano tali, e i ‘cattivi’ superano se stessi dandosi allo sciacallaggio e persino al cannibalismo. È in questo clima cupo, tetro, dove la morte sembra un’oasi di pace, che si muovono l’uomo e il bambino, animati da una grande voglia di vivere. Per questo si incamminano verso sud, verso il mare, in cerca di un qualche futuro migliore che non sanno immaginare. Sulla strada incontrano i diversi volti di un’umanità tornata ai primordi, che si nutre dei propri simili senza nessuna amarezza o pietà. Il debole soccombe! Ma il racconto è anche un viaggio intimo e profondo nell’animo umano, che indaga sull’amore profondo che lega un padre a un figlio, sulla paura dell’uomo che il ragazzo possa rimanere da solo, preoccupazione che, nel piccolo delle nostre realtà quotidiane, attanaglia tanti genitori, in questo mondo dove vengono a mancare certezze e punti di riferimento. Viggo Mortensen non delude, con quel corpo consunto (lo si vede nudo ed è realmente pelle e ossa), sofferente e quel volto addolorato e triste, capace comunque di lampi di luce quando abbraccia il figlio o gli fa coraggio, regala allo spettatore un’interpretazione intensa ed emozionante. Anche il giovane Kodi dà prova di talento, lui rappresenta la purezza, come dice il padre fra sé e sé “per me è il verbo di Dio, se così non fosse significa che Dio non ha parlato”. Il bambino, nonostante sia cresciuto nella desolazione, lottando ogni giorno per conquistare un po’ di cibo, magari briciole su un tavolo abbandonato, mostra una bontà innata, che gli dà sempre la lucidità necessaria per distinguere il bene dal male. Nel vederli stanchi, trascinare i loro corpi e quelle poche cose, in un carrello, magari come qualunque senzatetto delle nostre città, il malessere cresce, e anche il senso d’impotenza. La madre, che a suo tempo ha smesso di lottare, è presente nei ricordi dell’uomo, che se ne nutre costantemente. Il racconto è molto intenso e doloroso, i minuti scorrono senza speranza, non mancano neppure i momenti di tensione, certo si sarebbe potuto fare a meno di qualche scena poco verosimile, anche se non possiamo sapere a che punto ci può portare la disperazione. Anche il finale edulcorato lascia qualche perplessità, il regista accende un lumino di fiducia, ma dopo gli orrori visti sperare è molto difficile.
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