The Avengers – Agenti speciali - Recensione Regia: Jeremiah S. Chechik – Cast: Ralph Fiennes, Uma Thurman, Sean Connery, Patrick Macnee, Eddie Izzard, Eileen Atkins, John Wood, Keeley Hawes – Genere: Thriller, Fantasia, colore, 88 minuti – Produzione: USA 1998
Se volete farla pagare a qualcuno per un torto subito senza usare le mani fategli vedere “The Avengers”, la tortura è assicurata, probabilmente sarà lui a chiedervi un paio di cazzotti pur di interrompere la visione, perché in tutta onestà è difficile trovare un film più brutto di questo. L’intenzione di regista e produttori era quella di portare sul grande schermo un grosso successo televisivo britannico degli anni Sessanta, “The Avengers” appunto, seguito negli anni Settanta da sequel d’altrettanto successo, “The New Avengers” e “Absolutely Fabulous”, e per compiere l’impresa sono stati chiamati a raccolta fior di professionisti, costumisti, scenografi, direttori della fotografia, che tengono esposti in bacheca numerosi Oscar, nonché un cast d’eccellenti attori. In questo caso un budget alto, che permette di infarcire il film di notevoli effetti speciali, dimostra che la spettacolarità non può mai compensare l’assenza di narrato. Fiennes e la Thurman sembrano l’ombra di se stessi, i loro ruoli li fanno apparire come dei manichini che a volte rasentano il ridicolo. Il tutto prescinde la storiella del cattivone di turno, uno Sean Connery al quale oramai perdoniamo tutto, che minaccia l’Inghilterra di glaciazione, costringendo gli agenti Steel e Peel a tornare al lavoro. Infatti il problema è che il soggetto, sulla carta interessante, diviene inconsistente, a fronte di un’ambientazione che rende i protagonisti affettati, irreali, e di vicende che se potevano decenni fa apparire futuribili, oggi sembrano quasi sciocche. Peccato, veramente peccato che ci si ostini a fare film inutili, che non arricchiscono il panorama cinematografico. Quando mancano le idee si ripropongono quelle di qualcun altro, spesso avvilendo e mortificando il prodotto originale. A volte bisognerebbe avere l’umiltà di prendere una pausa e attendere che ritorni l’ispirazione.
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