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Teza - Recensione

Regia: Haile Gerima – Cast: Aron Arefe, Abiye Tedla, Takelech Beyene, Teje Tesfahun, Nebiyu Baye, Mengistu Zelalem, Wuhib - Genere: Drammatico, colore 140 minuti - Produzione: Germania, Etiopia, Francia 2008Negod-gwad Production, Pandora Film - Distribuzione: Ripley's film – Data di uscita: 27 marzo 2009

Haile Gerima, è riconosciuto come uno dei maggiori registi indipendenti a livello internazionale, maestro e figura di spicco del cinema africano, dove identità nazionale e liberazione sono da sempre caratteristiche guida del suo lavoro. Da circa 40 anni, l’artista etiope esplora attraverso il mezzo cinematografico, l’identità culturale del suo continente, passando per la sua personale emigrazione negli Stati Uniti, ma tornando sempre a rianalizzare orrori e frustrazioni dettate dal colonialismo e la “naturale” conseguenza dello schiavismo. Con “Teza” ricostruisce distruzione, corruzione e la profonda distorsione a livello ideologico in seguito ad un fatto politico di cruciale importanza nella storia etiope: il golpe militare che spodestò l'imperatore Haile Selassie e promosse il regime marxista di Haile Mariam Menghistu. Sviluppato su tre piani temporali che si intersecano continuamente, passato, presente e sogno-futuro, il film si racconta attraverso l’appassionata voce narrante del protagonista. Cresciuto in un’ Etiopia arcaica, Anberber, appena superata l’adolescenza decide di partire per l’Europa per diventare un medico ed essere utile al proprio paese, di cui ha visto da vicino le sofferenze di fronte alle carestie, alle malattie e alle frequenti faide tra i diversi gruppi etnici. Approda in Germania, dove frequenta con partecipazione le riunioni politiche del movimento studentesco del ’68. Tra i temi affrontati nelle proprie battaglia c’è proprio il destino di quei paesi del terzo mondo che, liberatisi dal giogo coloniale, cercano di intraprendere autonomamente il cammino verso la modernità e il benessere. Al momento in cui l'imperatore Haile Selassie viene deposto e gli subentra il generale Haile Mariam Menghistu, il clima in Etiopia viene intriso di fiducia verso il futuro. Anberber decide dunque di far ritorno al proprio paese per coronare il suo sogno di essere utile in campo medico alla sua gente. Ma corruzione, false ideologie comuniste e affarismo dei nuovi padroni ne hanno intaccato lo spirito originale, e niente di ciò in cui credeva è più come un tempo. Assillato dai sensi di colpa di fronte all’impotenza a cui si trova costretto, attraverso i ricordi d’infanzia, Anberber trova un’ultima ragione di lotta contro l’ottusa ingiustizia del presente. Per il protagonista, costretto a confrontarsi continuamente con le ferite del suo paese e rifugiarsi in quei ricordi lontani, dove tutto era puro e meraviglioso, è una “comoda” via di fuga dalla realtà che lo circonda. Nel film coesistono due piani paralleli, quello personale del protagonista/regista e quello generale socio-politico. Se si volesse trovare una sorta di traccia principale, non si può non pensare al tanto agognato ritorno a casa, e alle difficoltà insormontabili che si verificano nel raggiungimento di tale scopo. Ai rapimenti dei bambini soldato, alle lotte intestine e alle faide tra bande, Gerima ci accompagna in un vissuto di tradizioni e rituali arcaici che sussistono necessariamente al senso di appartenenza. Il proprio passato è parte integrante del proprio bagaglio culturale, senza il quale non ci si può costruire un futuro reale. Paradossalmente la vera tragedia africana (ma anche in Cina è avvenuta una cosa analoga) è iniziata quando liberati dalla schiavitù coloniale, i nuovi capi di governo hanno preferito rifiutare il proprio passato nel segno della modernizzazione.

Serena Guidoni


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