TEZA - CONFERENZA STAMPA

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Teza - Conferenza Stampa

Si è tenuta presso la Casa del Cinema a Roma la conferenza stampa del film “Teza”, ultimo lavoro del pluripremiato regista etiope Haile Gerima. La pellicola, presentata all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria. Ecco come il regista ha risposto alle domande dei giornalisti.

Trova che sia un unico colpevole per le atrocità che hanno colpito il suo paese? E la tradizione entra in questo meccanismo?

La tradizione in rapporto alla “civiltà” ha sempre avuto degli aspetti positivi ed altri negativi. In Africa purtroppo non siamo liberi di scegliere quale dei due aspetti seguire, perché vi è un’elite che non intende guardare al proprio passato culturale per comprendere meglio il presente e dove esso ci porti. In Africa la modernizzazione è totalmente contraria alla tradizione, e questo continuo tentativo di cancellare questo importante aspetto culturale è visto dai governati come un metodo per uscire dall’arretratezza. Se vi è una colpa è quella di volersi liberare del proprio passato.

Qual è la genesi di questa storia?

Ho sentito l’esigenza di rappresentare i contenuti e la ricerca intellettuale che ho fatto negli anni, come una sorta di pegno da pagare nei confronti del mio Paese. La mia generazione, nel momento in cui ha deciso di partire dall’Africa per accumulare conoscenza da mettere al servizio della propria gente, non è stata capita sino in fondo. Adesso non è più così. I giovani viaggiano senza sentire la pressione di dover giustificare la propria “fuga”. Una questione importante che ho voluto affrontare nel mio film è l’impossibilità di rifugiarsi nei ricordi. Il problema che ha il protagonista è lo stesso che ho avuto io per molto tempo, ovvero avere la capacità di essere sempre onesti intellettualmente, senza mai prescindere dall’aderenza al tempo e allo spazio della vicenda che si intende raccontare. Per questo motivo le sceneggiature dei miei lavori sono in continua metamorfosi; io mi metto a completa disposizione dei cambiamenti in corso d’opera che subisce il film.

Alcuni dei passi fondamentali del film sono connessi alla musica. E’ un modo per sottolineare ancora di più dei momenti cruciali?

I suoni rievocano in me l’infanzia, li porto con me anche quando sono in viaggio. La musica è quel mezzo che mi consente di evocare delle emozioni che a livello cinematografico non sarebbero rappresentabili. Io ritengo che i ricordi “sonori” sono come una medicina per la memoria collettiva di un popolo.

Cosa ne pensa delle recenti affermazioni del Papa sul fatto che i preservativi non risolvono il problema dell’AIDS in Africa?

I miei genitori sono cattolici ed inevitabilmente sono cresciuto col senso di colpa cattolico, ma rimane il fatto che sono spiritualmente spiazzato da certe affermazioni. Sono un po’ perplesso su come l’Europa ed gli altri Paesi abbiano gestito la questione degli aiuti umanitari. I missionari, ad esempio, hanno portato via la memoria spirituale, e mi dà l’impressione che insieme al Papa siano fuori dai tempi in cui viviamo e dai cambiamenti che ne conseguono. Non dobbiamo dare ascolto a chi dice che l’unica soluzione è la politica del “no sex”. Il Papa non ascolta abbastanza il grido di dolore degli africani e volge lo sguardo verso cose non giuste.

Si viene spesso accusati di considerare l’Africa diversa e divisa. Lei invece nel film ha portato l’idea di un’Africa unita…

Dal punto di vista dell’affermazione politica io vedo un’Africa unita. Ma il mio Paese è anche una struttura economica che può funzionare in maniera coesa, ma questa visione è ancora lontana dall’essere applicata. Il mio film, ad esempio, essendo in aramaico, si è potuto distribuire anche in Africa, cosa che non era stata possibile con il precedente “Sankofa”, che era invece in lingua inglese. Vorrei con il mio cinema eliminare queste barriere, perché l’Africa è si crogiolo di culture, ma unite sotto un’unica appartenenza. Gli africani che vogliono “ritrovarsi” devono guardare nelle ceneri del colonialismo, ma un africano che cerca la propria storia diventa automaticamente un rivoluzionario. Gli intellettuali nel mio Paese vengono emarginati e allontanati perché i governi non vogliono far riferimento alla propria storia. Da intellettuale, il mio dovere è di testimoniare e raccontare la “mia” storia.

Serena Guidoni


19 / 03 / 2009


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