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Terrence Malick – Biografia

Terrence Malick è uno dei registi più singolari di Hollywood
(Waco – USA, 30 novembre 1943)

Quella di Terrence Malick è una delle figure più singolari ed emblematiche della cinematografia internazionale. Ha realizzato come regista solo quattro film in ben trentatré anni e si è, fin dagli esordi, tenuto a distanza dalla polvere di stelle hollywoodiana.
Non ha mai concesso interviste, ritiene la televisione un mezzo diseducativo, ha dato il beneplacito per un documentario sulla sua vita dove però non si è mai fatto riprendere, eppure la sua arte è talmente eccelsa da esser considerato, in barba alle regole dello star system, tra i migliori registi in assoluto.
Nasce il 30 novembre a Waco, una cittadina degli Stati Uniti, capoluogo della Contea di McLennan, in Texas, da mamma casalinga e padre geologo, dirigente in un’industria petrolifera, lavoro che lo porta a spostare spesso il domicilio della famiglia. Terrence, frequenta la St. Stephen’s School, per poi laurearsi in filosofia ad Harward, dove eccelle per le sue capacità; studente modello vince una borsa di studio per Oxford, ma rientra negli States prima di completare la tesi. Qui inizia a lavorare come freelance per le riviste Life, The New Yorker, Newsweek, ma è attivo anche su altri fronti: insegna filosofia al MIT, è operaio in pozzi petroliferi, nonché ornitologo.
Nel 1969 entra al Center for Advanced Studies dell’American Film Institute e contemporaneamente traduce in inglese l’opera di Martin Heidegger. Si paga gli studi scrivendo sceneggiature, quasi sempre senza essere accreditato, come per “Yellow 33” di Jack Nicholson, film drammatico del 1972. Terminati gli studi, per la primavolta vede il suo nome in calce ad una sceneggiatura, quella di “Per una manciata di soldi” di Stuart Rosenberg, del 1972, western contemporaneo con Paul Newman e Lee Marvin.
Nel 1973 realizza il suo primo lungometraggio, autoprodotto, “La rabbia giovane”, del quale è anche sceneggiatore e interprete per un piccolo ruolo. Vagamente ispirato a un fatto di cronaca degli anni Cinquanta, è la storia di una coppia di giovani in fuga che lascia dietro di sé una lunga e dolorosa scia di sangue. Presentato nel 1974 al Festival di San Sebastian vince la Concha de Oro, ed è subito considerato un capolavoro.
La pellicola, che ha per protagonisti uno spazzino e una majorette, interpretati da Martin Sheen e Sissy Spacek, ha già in sé tutte quelle che sono le caratteristiche del cinema di Malick: la rappresentazione cruda degli avvenimenti, per i quali il regista non esprime mai un giudizio, lasciando che sia lo spettatore a farlo in totale autonomia; l’importanza che riveste nella finzione cinematografica la natura, spesso selvaggia, dirompente, dalla quale deriva una grande cura per la fotografia, e il rapporto con essa dell’uomo; la presenza della voce fuori campo, più che un collante per le immagini, un protagonista invisibile; la grande importanza che nel racconto riveste la colonna sonora, in questo caso costituita da brani di Carl Orff e da canzoni di James Taylor e Nat King Cole.
Il suo secondo film, che bissa il successo del primo, è “I giorni del cielo”, del 1978, le riprese lo hanno impegnato per ben cinque anni, poiché girava solo al tramonto, per rubare al cielo quelle sfumature di colore, irrorate di rosso, in cui sembra assistere ad una vera e propria magia. Il protagonista è un Richard Gere giovane e sconosciuto, il cui personaggio spinge la propria fidanzata a sposare per interesse un ricco proprietario terriero.
Presentato a Cannes viene premiato per la Migliore Regia, mentre conquista un Oscar la fotografia di Neston Almendros; splendida la colonna sonora di Ennio Morricone. Malick si trasferisce a Parigi, viaggia, studia, collabora ad alcune sceneggiature, crea soggetti che non realizza, in quanto i suoi lunghi tempi di gestazione artistica spesso vedono realizzarsi sul grande schermo opere alle quali anche lui lavorava.
Nel 1998, dopo dieci anni di lavoro, torna al suo pubblico con un nuovo capolavoro, “La sottile linea rossa”, film corale che attraverso la storia di un drappello di soldati impegnati nella conquista di Guadalcanal, si interroga sulla guerra, sulla violenza, sull’insanabile frattura tra l’uomo e la natura, che lo porta a vivere in modo disarmonico la sua esistenza.
La pellicola è permeata dal dolore, dalla tristezza, dall’inutilità delle vicende narrate, e viene posta in vetta al genere ‘film di guerra’, pur non appartenendovi; con le sue immagini grandiose, indimenticabili le teste dei soldati che si intravedono tra i lunghi fili d’erba, questo è un film fuori dai generi, è un urlo di dolore per l’umanità che si sta ripiegando su se stessa, senza rispetto per se e per il mondo che la accoglie.
Tanti gli attori che avrebbero voluto lavorare a questo progetto con Malick, anche non retribuiti, non ha potuto accontentare tutti, e di molti le scene son state tagliate nel montaggio, tra i fortunati ricordiamo Sean Penn e James Caviezel.
Nel 2006 dirige una produzione da quaranta milioni di dollari, “The New World”, con Colin Farrell, Q’Orianka Kilcher e Christian Bale. Il film, girato completamente con telecamera a spalla, racconta la vera storia di Pocahontas, pur non nominandola mai, e offre al pubblico il dramma della conquista del ‘nuovo mondo’, la mancanza di rispetto per i nativi, per le loro tradizioni, e per la natura incontaminata.
È del 2010 “The Tree of Life”, con Brad Pitt, anche produttore del film, e Sean Penn, dramma sulla famiglia, sulla sofferenza, sull’amore gratuito. Al momento il regista sta lavorando alla realizzazione di un film d’amore, che vede nel cast Ben Affleck, Rachel McAdams, Javier Bardem, Rachel Weisz e Olga Kurylenko.

Maria Grazia Bosu

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