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Spike Lee - Biografia

(Atlanta, 20 marzo 1957)

Il regista Shelton Jackson Lee, nato il 20 marzo 1957, universalmente conosciuto con il suo soprannome Spike, è l’enfant terrible del cinema americano da più di 25 anni. Afroamericano, nasce ad Atlanta, in Georgia, uno dei cuori pulsanti della cultura nera negli USA, ma si trasferisce quasi subito con la famiglia a Brooklyn, quartiere di New York famoso per il suo complesso mix razziale e culturale. Sua madre è un’insegnante, mentre il padre è un musicista jazz e il piccolo Shelton, subito soprannominato Spike, respira fin da subito aria di passioni intellettuali in un’America nella quale il ruolo dei neri sta cambiando molto rapidamente. Interessatosi fin da giovanissimo al cinema e alla recitazione, si laurea in cinema alla prestigiosa New York University nel 1978. La sua tesi, il mediometraggio “Joe’s Bed-Stuy Barbershop”, realizzato con soli 10.000 dollari, vince molti premi e, nel 1983, diventato un vero e proprio film, è selezionato prima per il prestigioso New Director’s Festival al Lincoln Center e poi addirittura per il Festival di Locarno. Nel 1985, Lee fonda la sua casa di produzione indipendente “40 acres & a mule” con l’obiettivo di svincolarsi dalla tutela delle Major per poter svolgere un cinema totalmente focalizzato sul punto di vista degli afroamericani. Nasce “Lola Darling” (1986), il suo primo film vero e proprio, che narra gli amori di una sensuale ragazza nera divisa fra le attenzioni di tre amanti. La pellicola è un successo più in Europa che negli USA e viene premiata al Festival di Cannes. Dopo l’insuccesso del musical “Aule turbolente” (1988), il genio di Spike Lee viene riconosciuto con il trionfo del suo “Fa’ la cosa giusta” (1989). Ambientato in una Brooklyn sconvolta dagli scontri razziali e dall’incomprensione reciproca, ottimamente interpretato da un pugno di attori come Danny Aiello, John Turturro e dallo stesso regista, il film rivela all’Europa una New York inedita fatto di rap, graffiti, emarginazione e rabbia sociale. La canzone “Fight the power” scritta appositamente dai Public Enemy per la colonna sonora diventa ben presto una hit, con un videoclip girato sempre da Spike Lee. Sulla scia di “Fa’ la cosa giusta” hanno grande risonanza internazionale le commedie “Mo’better blues” (1990) e “Jungle Fever” (1991), sorta di Giulietta e Romeo interraziale affidata all’efficace duo Annabelle Sciorra-Wesley Snipes. Ormai considerato un affermato regista, Lee decide di impegnarsi in un progetto più dichiaratamente politico, dirigendo il bio-pic “Malcom X” (1992), dedicato all’icona ribelle degli anni ’60. La lavorazione del film porta Spike Lee a girare anche a La Mecca, primo e unico regista occidentale a riuscirci, in cambio di una momentanea conversione all’Islam. Presentato al Festival di Berlino, il film frutta una nomination all’Oscar per il protagonista, Denzel Washington, ma è accompagnato da roventi polemiche negli USA, dove Lee viene accusato di fomentare la violenza e l’incomprensione razziale. All’inizio degli anni ’90, di fronte a un fuoco di sbarramento proveniente anche dall’establishment intellettuale afroamericano che lo accusa di essere troppo furbo e commerciale, la stella di Spike Lee sembra così offuscarsi, da ora in poi la sua carriera procede spesso a sbalzi, fra fiaschi inattesi ed improvvisi successi. Il regista si dedica a piccoli film personali e autobiografici come “Crooklyn” (1993), oppure a progetti come il gangsteristico “Clockers” (1995) o la commedia “Girl 6 – Sesso in linea” (1996), nessuno dei quali risulta convincente per il pubblico o la critica. Quasi per reazione, il regista afroamericano produce “Bus in viaggio” (1996), forse il suo film più politico, dove descrive una manifestazione dei neri americani a Washington, voluta dal reverendo Farrakhan, un discusso leader islamico. Nel 1998, Lee ritrova Denzel Washington come protagonista per il suo “He Got Game”, epica dedicata al mondo del basket NBA. La chimica fra Spike Lee e Denzel Washington funziona ancora una volta e il botteghino torna a sorridere al regista. Con il film successivo, il thriller “S.O.S, Summer of Sam – Panico a New York” (1999), interpretato da Mira Sorvino, John Leguizamo e Adrien Brody, Lee dimostra di poter girare un film anche al di fuori dell’ambiente afroamericano. Il pesante insuccesso di “Bamboozled” (2000) dedicato al mondo del music-hall americano, sembra interrompere questa serie positiva. Ma Spike Lee è duro a morire. Dopo un periodo passato a occuparsi di teatro e documentari, ritorna trionfalmente sul grande schermo con “La 25º ora” (2002), primo film a reagire allo shock dell’11 settembre, mostrando impietosamente le rovine di Ground Zero. Ottimamente interpretato da un cast di ferro che comprende Edward Norton, Philip Seymour Hoffman e Rosario Dawson, è considerato generalmente uno dei migliori film del regista. Dopo la scombiccherata commedia “Lei mi odia” (2004), risultata un terrificante flop commerciale, Spike Lee decide di provare la sfida del film di genere, girando l’entusiasmante “Inside Man” (2006), incentrato su una rapina in banca tentata da un gruppo di superladri capeggiati dal carismatico Clive Owen. Il film è attualmente il più grande successo economico del regista, che ha spesso parlato di girarne il seguito. L’ultima fatica di Spike Lee ha portato il regista in Italia. “Miracolo a Sant’Anna” (2008) narra di un gruppo di soldati afro-americani che rimangono intrappolati dietro le linee nemiche a Stazzema, dove le SS naziste uccisero 560 persone inermi nel 1944. Nonostante la partecipazione di attori molto amati in Italia come Pierfrancesco Favino e Luigi Lo Cascio il film non piace né negli USA né in Europa e viene anzi accusato di revisionismo storico, rivelandosi così un altro azzardo commerciale per il regista americano. I fan di tutto il mondo lo attendono ben presto alla prova con il sequel di “Inside Man” che potrebbe uscire nei cinema proprio alla fine del 2010.

Fabio Benincasa





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