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Sidney Lumet

(Philadelphia, 25 giugno 1924)

Sidney Lumet, nato il 25 giugno 1924 a Philadelphia in Pennsylvania, è uno dei più solidi registi della generazione di Kubrick ancora in attività e ha realizzato nella sua lunga carriera più di 50 lungometraggi. I suoi genitori, ebrei, erano entrambi attori teatrali, il padre, Baruch, era anche regista e drammaturgo nel vivacissimo ambiente del teatro yiddish, all’inizio del ‘900. Grazie al suo background il futuro regista calca fin da bambino le assi del palcoscenico, debuttando a Broadway all’età di quattro anni e recitando e dirigendo al teatro fino agli anni ’50. Intanto Lumet, comincia a dirigere anche per la TV, industria molto in crescita negli USA. Per la CBS firma oltre 100 episodi della serie poliziesca, “Crime photographer”, diventando molto conosciuto nel settore. Grazie all’acquisita notorietà gli viene offerta la possibilità di dirigere il suo primo film, “La parola ai giurati” (1957), interpretato dal suo amico Henry Fonda. La storia riflette sulle tensioni razziali e sui temi della giustizia e della vendetta, svolgendosi tutta all’interno di una stanza dove una giuria di gente comune deve discutere il verdetto di un processo. Il lungometraggio è un grande successo di pubblico e di critica, oltre a una nomination all’Oscar, frutta al giovane esordiente un Orso d’Oro al Festival di Berlino. Da quel momento la carriera di Lumet come regista cinematografico è definitivamente lanciata, sia per la sua bravura come direttore d’attori, sia per la sua evidente perizia tecnica. Nel 1959 dirige Sophia Loren in “Quel tipo di donna” e Brando e la Magnani, in uno dei suoi pochi film hollywoodiani, “Pelle di serpente”, dalla piece di Tennessee Williams. Negli anni ’60 alterna spesso la TV di qualità con il cinema. Nel 1964 dirige ancora Henry Fonda in “A prova d’errore”, film di denuncia contro la minaccia nucleare, versione “seria” dello stesso romanzo che Kubrick trasformerà in “Il dottor Stranamore”. “L’uomo del banco dei pegni” (1965) con Rod Steiger, è da molti considerato il suo capolavoro. Nel film Steiger è un ebreo sopravvissuto all’Olocausto che vive a New York, cercando di elaborare nella sua vita di ogni giorno la tragedia che ha vissuto sulla sua pelle. Per la toccante interpretazione, Steiger guadagna un Oscar come miglior attore protagonista. Nella seconda metà degli anni ’60 la carriera di Lumet sembra segnare una fase di stagnazione, ma negli anni ’70 il regista mette a segno un’impressionante serie di successi al box office. Nel 1973 con “Serpico” lancia definitivamente la carriera di Al Pacino guadagnandosi un Golden Globe e due nomination all’Oscar. Nel 1974 con “Assassinio sull’Orient Express” confeziona una riduzione classica di Agatha Christie con un all-star cast (Anthony Perkins, Vanessa Redgrave, Sean Connery, Lauren Bacall, Albert Finney, Ingrid Bergman) con sei nomination all’Oscar. Ancora con Al Pacino, gira “Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975), storia di due rapinatori asserragliati in una banca di New York con degli ostaggi, un classico del genere nero. Nel 1976, dirige Faye Dunaway e William Holden in “Quinto potere”, potente satira della TV, che denuncia il ruolo di manipolatorio dei media nella società contemporanea. Quasi a voler uscire dal cliché che lo vede come un autore di storie nere e drammatiche Lumet accetta la sfida del musical con un inopinato remake-sequel del Mago di Oz, “I am magic” (1978), con Michael Jackson nel ruolo dello spaventapasseri, che si rivela un flop di incassi e di critica. Torna dunque alle più consone vicende poliziesche con una doppietta di ottimi film, la gangster story “Il principe della città” (1981) e “Il verdetto” (1982) con la coppia Paul Newman-James Mason. I film successivi non riusciranno più ad eguagliare il successo raggiunto dal regista durante gli anni ’70-’80, ma riserveranno al pubblico ancora tante emozioni come il recente “Onora il padre e la madre” (2007), dramma nero familiare con Philip Seymour Hoffman e Ethan Hawk. Nel 2005, dopo tante nomination, l’Academy concede a Lumet l’onore dell’Oscar alla carriera.

Fabio Benincasa

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