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Sergei M. Eisenstein - Biografia

Il regista del simbolismo astratto, indimenticabile autore de “La corazzata Potemkin”

(Riga, 23 gennaio 1898 – Mosca, 11 febbraio 1948)

Proveniente da Riga, capitale dell’attuale Lettonia, Sergej Michajloviè Ëjzenštejn ‘nasce’ professionalmente come ingegnere. Figlio di un architetto, molto influente all’epoca, il giovane futuro regista de “La corazzata Potemkin” studia infatti all’Istituto di Ingegneria Civile di San Pietroburgo e viene successivamente ingaggiato dall’Armata Rossa alla caduta dello zar, nel 1917.

Il suo interesse verso l’arte si sviluppa quando, anni dopo, entra a far parte della squadra di tecnici del Teatro Proletkult di Mosca, diretto allora da Vsevolod Meyerhold. Inizialmente scenografo, poi direttore della struttura, Eisenstein subisce molto l’influenza di Meyerhold, che lo introduce al concetto di ‘biomeccanismo’, o ‘spontaneità condizionata’. Una teoria che amplia e ricostruisce attraverso una tecnica, che lui stesso definisce ‘montaggio delle attrazioni’, che consiste nel creare una sequenza di immagini dalla resa emozionale finale molto più imponente della somma delle sue parti. Una realizzazione, in poche parole, di concetti astratti attraverso l’utilizzo di immagini concrete. Sebbene il fine artistico di Eisenstein sia di arrivare al cuore della gente comune, la complessità del suo linguaggio artistico gli aliena tuttavia il favore del pubblico, che a stento riesce a capire i messaggi lanciati dal regista.

Ciononostante, è universalmente riconosciuto come il padre del cosiddetto ‘cinematic montage’, una tecnica di editing che consiste nel montare immagini apparentemente sconnesse le une dalle altre e farle passare schermo ad altissima velocità.

Ed è proprio ne “La corazzata Potemkin” (1925), forse il suo film più famoso (secondo lungometraggio dopo “Sciopero” del 1924), con la sequenza degli Odessa steps, che finalmente la realizza.

Nel 1927, incontra Fritz Lang in Germania, impegnato all’epoca nella realizzazione di “Metropolis”, sul set de “Il giardino del piacere”, di Alfred Hitchcock, e due anni dopo si reca negli Stati Uniti. Qui, durante il suo soggiorno a Hollywood, gli viene offerto un contratto dalla Paramount, ma i progetti da lui proposti (tra cui l’adattamento de “La guerra dei mondi” di H.G. Wells) vengono considerati non abbastanza commerciali da giustificarne gli altissimi costi, con il risultato che l’accordo viene sciolto e Eisenstein viene deportato nel 1930 con l’accusa di essere comunista.

Nel 1932, influenzato da un viaggio in Messico con Diego Rivera (un politico rivoluzionario dell’epoca), dirige “¡Que viva Mexico!”, per il quale nel 1979 riceve il premio onorario (postumo) del Moscow International Film Festival. La storia del Messico lascia un segno profondo nella sua opera, che traspare nei tanti film e documentari realizzato sulla storia del Paese centroamericano e nella serie di illustrazioni ad inchiostro che lo hanno reso famoso.

Tra i suoi ultimi lavori prima della morte ricordiamo “Ivan il terribile” (1944), vincitore a Locarno del premio per la migliore fotografia (firmata da Andrei Moskvin e Eduars Tisse), uno spaccato dei primi anni al potere dello zar Ivan IV, circondato da traditori e detrattori, anche fra suoi amici più stretti, che lo ostacolano nel tentativo di unificare il popolo russo.

Isabella Gasparutti


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