Sean Penn - Biografia
Sean Penn è uno tra i più grandi attori e registi dei nostri tempi
(Santa Monica, California, 17 agosto 1960)
È veramente difficile riassumere la vita di questo straordinario attore e regista americano. Il nome è certamente una garanzia e tutti sanno che andare al cinema per vedere un suo film o un film in cui lui recita non può che lasciare soddisfatti.
Sean Penn nasce in California nel 1960 e forse il suo destino era già segnato dato che la sua era una famiglia di artisti: il padre regista e la madre attrice. Anche i suoi due fratelli si dedicheranno all’arte: uno diventerà come lui attore e l’altro musicista.
Nel 1997 la rivista Empire lo ha inserito nella classifica dei 100 attori più importanti della storia del cinema, ma la strada per arrivare a questo è stata lastricata da molte difficoltà. Per molti anni la sua fama di ragazzo ribelle, violento, alcolizzato lo ha reso un personaggio difficile, soprattutto per i paparazzi che spesso se la sono dovuta vedere con lui nel vero senso della parola. Molte, infatti, sono state le denunce per pestaggi e alcune di queste lo hanno fatto finire in prigione.
Purtroppo la sua indole violenta ha trovato sfogo anche nella vita privata, dato che sia con Madonna (la sua prima moglie), sia con Robin Wright (la seconda da cui ha avuto due figli) ha avuto molti problemi.
Ma questo suo lato del carattere è destinato a sparire e a lasciare il posto ad una delle star più amate in America. Il suo impegno politico anti-Bush lo ha reso un divo scomodo, certo, ma anche molto apprezzato.
La carriera di Penn inizia a teatro. Assunto come assistente alla regia, ben presto riesce non solo ad avere parti di rilievo, ma anche a dirigere alcuni spettacoli.
Debutta in tv nel 1974 in un episodio della serie “La casa nella prateria”, mentre al cinema arriva nel 1981 con il film “Taps – Squilli di rivolta” di Harold Becker, specializzandosi da subito nei ruoli del ragazzo ribelle e violento. Nel 1983 lo vediamo, infatti, in “Bad Boys” di Rick Rosenthal, ambientato in un riformatorio, poi nella storia vera “A distanza ravvicinata” (1986) di James Foley, che vede per protagonista un giovane succube di un padre delinquente.
Poco a suo agio nella commedia “Non siamo angeli” del 1989 di Neil Jordan, si trova meglio prima nei panni di un sergente psicopatico in “Vittime di guerra” (1989), poi in quelli di un avvocato cinico e corrotto nel gangster-movie “Carlito’s Way” (1993), entrambi di Brian De Palma. Nel frattempo riesce a debuttare come regista nel 1991 con il film “Lupo solitario”, dal più convincente titolo americano “The Indian Runner”, assoldando attori del calibro di Charles Bronson, Dennis Hopper, l’ancora quasi sconosciuto Viggo Mortensen e Valeria Golino.
Dirigerà poi Jack Nicholson prima in “Tre giorni per la verità” (1995), poi ne “La promessa” del 2001, mentre l’anno dopo si metterà alla prova anche con un episodio di “11 Settembre 2001”, in cui figura un Ernest Borgnine al massimo dell’espressività.
Nel 1995 arrivano i primi preziosi riconoscimenti: premio come Migliore Attore al Festival di Berlino e una nomination agli Accademy Awards, con “Dead Man Walking – Condannato a morte”, di Tim Robbins.
Dopo personaggi rissosi e disequilibrati, sceglie parti più tenere e generose e così fioccano premi anche dall’Europa, nel 1997 a Cannes vince la Palma d’Oro come Miglior Attore, grazie al film di Nick Cassavetes “She’s So Lovely” e nel 1998 la Coppa Volpi a Venezia per “Bugie, baci, bambole & bastardi” di Anthony Drazan.
Intanto nel 1997 aveva lavorato per Oliver Stone in “U-Turn – Inversione di marcia” e nel 1998 per Terrence Malick ne “La sottile linea rossa”.
Nel 1999 Woody Allen lo dirige brillantemente in “Accordi e disaccordi”, dove si trasforma in un dilettante chitarrista che gli vale la sua seconda nomination all’Oscar.
La terza non è lontana, arriva nel 2001, grazie al ruolo delicato e struggente di un padre ritardato in “Mi chiamo Sam” di Jessie Nelson con l’astro nascente Dakota Fanning.
Clint Eastwood lo sceglie nel suo “Mystic River” nel 2003, film che lo innalza a mito del cinema e che gli vale sia il Golden Globe sia, finalmente, il premio Oscar come Miglior Attore, questa volta padre disperato che va alla ricerca di chi ha torturato, violentato e ucciso la figlia.
Altra sublime prova è quella di “21 grammi – Il peso dell’anima” (2003) del regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu, con cui vincerà la sua seconda Coppa Volpi al Festival di Venezia.
La carriera di Penn prosegue poi con “The Assassination” (2004), di Niels Mueller storia vera del tentativo, fortunatamente fallito, di Sam Bicke di far schiantare un piccolo aereo sulla Casa Bianca.
Ha lavorato anche con Nicole Kidman nel 2005 in “The Interpreter” di Sydney Pollack, girato nel Palazzo di Vetro dell’ONU.
Nel 2007 torna alla regia per dirigere la struggente vicenda di Christopher McCandless in “Into the Wild – Nelle terre selvagge”. Sean Penn ha dovuto aspettare circa dieci anni per ottenere i diritti da Jon Krakauer, autore del libro a cui è ispirato il lungometraggio, ma è valsa la pena di attendere, dato che il risultato finale è un opera di grande spessore con un eccellente Emile Hirsch.
Nel 2008 è presidente della giuria del Festival di Cannes e nel 2009 interpreta il film di Gus Van Sant, sulla vita del sindacalista gay, “Milk”. Grazie alla sua splendida performance ottiene il secondo premio Oscar come Miglior Attore.
Nel 2010 lo vediamo recitare al fianco di Naomi Watts in "Fair Game" di Doug Liman ed in "The Tree of Life", ambientato negli anni '50, assieme a Brad Pitt.
Domenica Quartuccio
domenica.quartuccio@gmail.com
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