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Sarajevo protagonista di “The Hunting Party”

Un giornalista tv e il suo cameraman insieme nei luoghi più caldi del pianeta – Somalia, Iraq e Nicaragua – per testimoniare e raccontare conflitti e guerre. Due uomini abituati a sopportare atrocità e tensione fino al crollo psico fisico del reporter, Simon (Richard Gere). I due si perdono e si ritrovano 5 anni dopo a Sarajevo. Basta il nome della città per rievocare la terribile guerra che ha infiammato la ex Jugoslavia. Siamo nel 2000, il conflitto è appena terminato e rimangono un popolo decimato, città distrutte e criminali in fuga. E’ sulla caccia a uno di loro che si sviluppa “The Hunting Party”, il film di Richard Shepard. Il regista è anche l’autore della sceneggiatura ispirata a un fatto reale: l'articolo su Esquire del reporter Scott Anderson che in “What I did in my summer vacation” racconta il suo viaggio alla ricerca di uno dei criminali di guerra più feroci che l’Europa ricordi, Radovan Karadzic. La produzione aveva pensato di girare in varie zone dell'Europa orientale: Ungheria, Bulgaria, Romania, simili per conformazione geografica e ben attrezzate per la lavorazione di un film. Ma per il regista è stato ben presto evidente che l'autentica atmosfera di Sarajevo non fosse riproducibile da nessuna parte. Perciò era essenziale portare il cast e la troupe nella capitale della Bosnia-Erzegovina. E' stato importante che gli attori potessero trovarsi di fronte a Sarajevo, città bella e straziata dal lungo conflitto, da un assedio che in 5 anni ha messo a durissima prova i suoi abitanti e che si è rivelata un luogo ospitale e pieno di vita. Ma qua e là si sente ancora l'eco della guerra: impensabile passare per il tristemente famoso "viale dei cecchini" e non ricordare i cittadini colpiti a morte dalle pallottole mentre attraversavano la strada come in un macabro gioco da luna park. La città, che per molti governi, come quello statunitense, è ancora sconsigliabile come meta turistica, sta lentamente cercando di reagire all'orrore in cui la guerra l'ha fatta precipitare. Le sue strade, i suoi palazzi ancora segnati dai colpi di mortaio sono i protagonisti essenziali della pellicola e probabilmente i suoi abitanti hanno nel cuore la speranza che il film possa aiutare a non far dimenticare i dolori e le violenze che hanno subito. A chi decide di visitarla Sarajevo riserva molte sorprese: un bazar ottomano, molti ristoranti per gustare carne di agnello, sfoglie ripiene farcite con patate e la baklava la torta di mele con noci e panna. Bar per gustare il caffè bosniaco servito in una tazzina senza manico con un paio di zollette di zucchero che vanno intinte nel caffè e gustate a piccoli morsi. Si possono visitare chiese ortodosse e moschee, che testimoniano l’incontro tra due culture e due credo religiosi, come quelle di cui si intravedono i minareti mentre Gere e Howard passeggiano nella sera in una delle ultime scene del film. E poi negozi per lo shopping e locali notturni per ballare tutta la notte. Tutto attorno, per gli amanti della natura, montagne bellissime con percorsi per lunghe camminate, come la passeggiata verso il piccolo Ponte della Capra, da cui i fedeli musulmani iniziavano il pellegrinaggio verso la Mecca. Ma anche stazioni termali dove rigenerarsi. Per Gere Sarajevo "è una città bellissima, con gente meravigliosa che è passata attraverso un incubo con coraggio e ne è uscita rafforzata. È una città piena di vita”. Poi per problemi di budget e di logistica la produzione si è spostata in Croazia e ha girato molta parte del film nei dintorni Zagabria anche se per Shepard “E' stato eccitante riuscire a girare gran parte del film a Sarajevo, e inserire nel cast e nella troupe elementi di origine bosniaca, croata e serba. Vedere collaborare in armonia queste diverse etnie un tempo in conflitto riempie di speranza il futuro”.

Barbara Mattiuzzo

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