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Sam Peckinpah – Biografia

Definito da più parti regista della violenza, ha offerto al pubblico un cinema innovativo, dove la violenza è l’unica protagonista, non fine a stessa, ma specchio di un mondo decadente, che rimpiange il passato, e vive un presente dove solo la morte è una certezza.

(Fresno, 21 febbraio 1925 – Inglewood, 28 dicembre 1984)

David Samuel Peckimpah nasce a Fresno, in California, il 21 febbraio del 1925, in una famiglia benestante. Di origine indiana, taciturno e solitario, nella sua formazione molto influisce la figura del nonno, giudice della Corte Suprema e membro del Congresso. Frequenta il Fresno State College e appena maggiorenne si arruola nei Marines, col cruccio, pur nel pieno della seconda guerra mondiale, di non aver partecipato a nessuna azione bellica. A conflitto finito prosegue gli studi all’università, dove si diploma in arte drammatica; sposa nel 1947 a Las Vegas l’attrice Marie Selland, con la quale ha tre figli: Sharon, Kristen e Matthew, tutti attori.

Inizia a lavorare per la televisione, come attore e come sceneggiatore, e, nel 1956, scrive “L’invasione degli ultracorpi”, un classico tra i film di fantascienza, per Don Siegel, che lo vuole anche nel cast assieme alla moglie. Dirige in seguito serie tv di successo, come “Lo sceriffo di Dodge City”, “Trackdown” e “The Westemer”, trasmesse anche in Italia.

Nel 1961 adatta per Marlon Brando “I due volti della vendetta” e dirige il suo primo lungometraggio, “La morte cavalca a Rio Bravo”, cui segue “Sfida nell’Alta Sierra”, un altro western, genere cinematografico che stravolge letteralmente.

Fino ad allora western equivaleva a John Ford: praterie sterminate in cui uomini duri ma dal cuore tenero, incarnavano l’eroe senza macchia, magari burbero, ma sempre disposto a difendere i deboli contro il tiranno di turno o gli assalti degli indiani. John Wayne è stato l’attore icona di questo modo di raccontare il west, dove tante erano le pallottole sparate, tanti i morti con la faccia nella polvere, ma mai era presente una scena in cui scorreva il sangue, si vedeva un proiettile colpire un uomo; tutto era lasciato ad intendere, mostrato subito prima o subito dopo.

Peckimpah cambia le regole, mostra la violenza nella sua crudezza, il male nella sua vera essenza, senza risparmiare allo spettatore scene di stupro e di tortura. Il senso dell’amicizia e la speranza di fondo che hanno mosso gli eroi di Ford, vengono sostituiti dalla profonda convinzione del regista che la vera natura dell’uomo è quella animale, selvaggia, i suoi personaggi sono sempre tormentati e senza speranza.

Lo spettatore americano è sbigottito di fronte ad una rappresentazione così realistica della violenza e, come dice lo stesso regista, preferisce voltarsi e non guardare. I produttori dal canto loro censurano e cercano di limitare l’autonomia di Peckimpah, che si trova a lavorare perennemente in lotta con la produzione, cha a volte, non riuscendo a gestirlo, lo liquida a lavoro non ultimato, o lo estromette dalla fase di montaggio, in cui snaturano le opere del regista.

L’Italia, grazie al cinema di Sergio Leone, aveva già fatto grandi progressi riguardo l’accettare una diversa visione della ‘frontiera’, certamente più dolorosa, ma molto più vicina al reale.

Ma i problemi di Peckimpah più che con le majors sono con se stesso, alcol, farmaci eccitanti e droghe ne hanno inasprito il carattere, rendendo spesso difficile anche agli attori sopportarlo sul set. La situazione precipita nel 1965, anno in cui sposa in seconde nozze Begona Palacios (dalla quale avrà una quarta figlia, Lupita, costumista), con “Sierra Charriba”, girato in Messico, come la maggior parte dei suoi film, il gran caldo e gli abusi lo rendono inaffidabile, deteriorando i rapporti col protagonista Charlton Heston. Questo suo vivere in un mondo artificiale lo rendono inviso alle grandi produzioni, ma Sam non si arrende, ritorna alla scrittura e alla televisione, dove dirige “Noon Wine”, ottenendo un grande successo sia di pubblico chedi critica.

Nel 1969 realizza il suo capolavoro, “Il mucchio selvaggio”, un western violento, crudele, sanguinario, dove mancano i buoni, dove il male è rappresentato in ogni sua forma. Il girato è caratterizzato da un frenetico montaggio delle immagini, e dall’uso del ralenti, che rende la visione ancora più intensa e dolorosa. I personaggi polverosi e rudi, interpretati da un cast d’eccellenza, di cui ricordiamo William Holden, Ernest Borgnine, Robert Ryan, Warren Oates e Alfonso Arau, e l’insostenibile scena finale del massacro rendono il film unico ancora oggi.

L’anno successivo torna sullo schermo con “La ballata di Cable Hogue”, una sorta di western comico, oggi rivalutato, che non cambia comunque la sua reputazione di ‘regista della violenza’.

Nel 1971 offre al pubblico “Cane di paglia”, il suo primo film non appartenente al genere western, il suo lavoro più violento, che vede uno strepitoso Dustin Hoffman trasformarsi da ‘cane di paglia’ appunto, in terribile carnefice, pur di difendere la propria casa. Nel 1972 dirige Steve McQueen in due pellicole, “L’ultimo Buscadero” e “Getaway!”, cui segue, nel 1973, “Pat Garret & Billy the Kid”, con James Coburn e Kris Kristofferson. Nel 1974 gira “Voglio la testa di Garcia”, un pulp ante litteram, col quale si guadagna il sopranome di “Bloody Sam”.

Oramai schiavo dei suoi vizi è incapace di realizzare film all’altezza dei precedenti. Muore a soli 59 anni in Messico, a Inglewood, stroncato da un infarto, vittima del suo animo triste e insoddisfatto, ripiegato nella malinconia per il tempo che passa, ma incapace di cambiare il proprio destino, tutte caratteristiche che dona ai suoi personaggi, che non scorda mai di definire psicologicamente, con una profonda lettura interiore.

Le sue ceneri furono sparse nel Pacifico, al largo di Malibu.

Maria Grazia Bosu

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