RomafictionFestiva: Jim Caviezel presenta il primo episodio di “The Prisoner”
Con “The Prisoner” Jim Caviezel, protagonista di pellicole impegnate come “La passione di Cristo” di Mel Gibson e “La sottile linea rossa” di Terrence Malick, si cimenta in un prodotto televisivo, che vuol essere un adattamento dell’omonima serie inglese del 1967, oggetto di culto, assieme al suo protagonista Patrick McGoohan, recentemente scomparso, per fans di tutto il mondo. Caviezel impersona Michael, che si ritrova in un luogo a lui sconosciuto, ‘Il Villaggio’, dove tutti sembrano vivere una vita tranquilla, ma dal quale non si può scappare. Ognuno di loro è identificato con un numero non con un nome, Michael viene chiamato numero sei, e tutti sembrano conoscerlo. I suoi ricordi della vita a New York vengono classificati da chi li guida, numero due, uno Ian McKellen in splendida forma, allucinazioni di una mente malata. Se nella serie originale i confini del misterioso Villaggio erano dati dall’acqua, ora abbiamo uno sconfinato deserto, a tratti roccioso, che rende impossibile individuare una via di fuga. La visione è avvincente, grazie anche a una buona fotografia. Un Caviezel affabile e cortese ha interloquito garbatamente con i giornalisti in sala, moderati da Gaia Tridente, prestandosi all’occhio delle macchine fotografiche senza parsimonia. A chi si è mostrato perplesso per la sua scelta di optare per un prodotto televisivo ha spiegato che “a causa della crisi finanziaria risulta più complicato realizzare prodotti di un certo livello. Quando il mio agente mi ha inviato questo script me ne sono innamorato. Scelgo sempre tra quello che mi viene proposto il materiale che reputo migliore. Questa è un’opera allegorica, molto forte, inserita nel nostro tempo, e tecnicamente di grande qualità. Il regista Nick Hurran l’ha girata in 35mm, praticamente è un film per la tv. Ancora non ho visto la serie originale, così come quando ho girato “La passione di Cristo” non ho visto film su Gesù. Non voglio riprodurre, voglio trovare la mia originalità.” Ha chi ha ricordato il seguito di appassionati che ancora apprezza la serie originale, ha chiarito che “non averla vista non vuole essere un’offesa a McGoohan, che peraltro ha approvato questa realizzazione, semplicemente non volevo mimarlo. Sicuramente ci saranno delle critiche, ma questo non è un remake, bensì un adattamento”. Concetto questo spesso rimarcato anche dal regista e dallo sceneggiatore Bill Gallagher. Se nel 1967 “The Prisoner” era figlio della guerra fredda, condanna al regime sovietico che spersonalizzava l’individuo, la nuova versione si adatta all’attualità, condannandone la smania di controllo e il terrorismo globale. Riguardo il suo soggiorno romano dice di amare Roma profondamente: “è il luogo che amo di più dopo il mio paese, qui ho scoperto la fede profonda, la fiducia in Dio. Voi siete circondati da arte, dal bello, sorridete con gli occhi. Le opere di Michelangelo e di Leonardo Da Vinci sono per me di ispirazione anche per il lavoro. Mi viene in mente la critica mossa a Michelangelo per aver dato a Davide una stazza superiore a quella reale, troppo vicina a quella di Golia. Ma è Davide che ha la meglio. L’uomo è grande per ciò che fa. Diventiamo grandi quando impariamo ad affrontare i nostri demoni. Anche la sofferenza o la si rifiuta, o la si accetta e la si trasforma in qualcosa di buono, come è successo a me durante le riprese del film di Gibson.” Più reticente quando si è scesi sul personale, sul suo professare il cristianesimo, combattendo anche alcune decisioni del governo americano: “sono cattolico romano, sono stato allevato in questo modo, ma non credo che questa sia la sede adatta per parlare di ciò, sarebbe poco rispettoso nei confronti di chi ha prodotto la serie che sto presentando.” Al di là delle buone maniere si percepisce un lato oscuro dell’attore, che rende quasi invisibile, grazie alla pacatezza e alla cortesia che usa con tutti. La miniserie in sei puntate andrà in onda su FX, canale 119 di Sky, a partire dal 22 luglio, tutti i giovedì alle 23:00. Stasera al Cinema Adriano, alle 19:00 Caviezel presenterà al pubblico del Festival i primi due episodi. Buona visione a tutti, e per tutti quei quarantenni che hanno visto la serie da bambini: tenetevi stretti alle poltrone, l’enorme pallone bianco che bloccava la fuga dal Villaggio c’è anche quì, più grande e terrificante. Gli sviluppi della tecnologia danno alla serie un qualcosa in più. In effetti “The Prisoner” 1967, molto vicino concettualmente al Grande Fratello paventato da Orwell nel suo “1984”, era troppo avanti per l’epoca in cui è stato realizzato, era molto difficile concretizzare visivamente le tante idee che permeano il soggetto.
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