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Robert Altman - Biografia

Il premio Oscar Robert Altman è uno dei registi più influenti del panorama cinematografico degli anni '70

(Kansas City, 20 febbraio 1925 – Los Angeles, 20 novembre 2006)

Robert Altman, nato il 20 febbraio del 1925 a Kansas City nel Missouri, è stato uno dei più influenti registi americani degli anni Settanta, anche se la sua lunghissima carriera si è distesa nell’arco di ben cinquant’anni.

Altman nasce e cresce in una tipica famiglia della middle-class americana, nella cosiddetta “America profonda”, luoghi di provincia, conservatori e attaccati a tutte le tradizioni nazionali. Di famiglia cattolica, il futuro regista viene mandato a scuola dai Gesuiti, qui si comincia già a rivelare il suo carattere impetuoso, ribelle e contrario all’autorità.

A 18 anni lascia gli studi e si arruola in aviazione, è appena scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, e il giovane Altman partecipa a oltre ottanta pericolose missioni di bombardamento nel Borneo e nel Sud Est Asiatico.

Alla fine del conflitto nel 1946, un Altman ormai maturato decide di lasciare la provincia e di stabilirsi in California, dove comincia a lavorare per la pubblicità. Il mondo della scrittura lo attrae da subito e, nel 1948, sottopone una sua sceneggiatura alla famosa casa produttrice RKO, che la acquista. La sua carriera oscilla così fra i tentativi di diventare sceneggiatore e le regie di film documentari e brevi short pubblicitari. Fra il 1948 e il 1956, Altman ne dirige più di sessanta. I tempi stanno cambiando e la sensibilità ribelle di Altman trova sempre più ascolto presso i produttori.

La United Artists accetta di produrre il documentario sulla violenza giovanile “The Delinquents” (1957), che diventa il primo lungometraggio del regista a essere distribuito nelle sale. Il documentario richiama subito l’interesse per il realismo del linguaggio, non esente dall’uso di espressioni volgari e per l’interazione di più personaggi. Due tratti stilistici ricorrenti nei successivi lavori di Altman. Intanto il regista passa a lavorare per la televisione, che in quegli anni produce prodotti anche molto sperimentali. Lo stesso Alfred Hitchcock decide di assumerlo per fargli girare alcuni episodi della serie “L’ora di Hitchcock”, mandata in onda con estremo successo dalla CBS e poi venduta in tutto il mondo. Il talento di Altman è così evidente che lungo tutti gli anni Sessanta si occuperà di diverse serie e miniserie televisive, da “Bus Stop” (1961 -1962) a “Combat!” (1962 -1963), oltre alla più famosa di tutte, la serie di telefilm western “Bonanza” (1960 – 1961). Nello stesso periodo però, il regista si costruisce anche una pessima reputazione per il suo carattere rigido e per i suoi violenti scontri con la produzione in difesa della sua libertà artistica, che spesso gli costano il licenziamento.

Nel 1968, Altman sente che è il momento di tornare al cinema, le Major sono in crisi e le produzioni indipendenti stanno portando una ventata d’aria nuova a Hollywood. Nasce il progetto di “Conto alla rovescia”, un film di fantascienza low-budget, dal quale viene però estromesso per il suo rifiuto di tagliare alcune scene. Nel 1969, il regista ci riprova con “Quel freddo giorno nel parco” che, anche si rivela un disastro al box office, viene proiettato al Festival di Cannes. Ma il grande successo per Altman è dietro l’angolo e arriva con il film “MASH” (1970), tratto da un semisconosciuto romanzo satirico sulla guerra di Corea vista da un ospedale militare pieno di personaggi grotteschi. La satira antimilitarista di Altman si riferisce ovviamente alla guerra del Vietnam che in quel periodo sta giungendo al suo sanguinosoepilogo. Il successo è mondiale, il film vince il Gran Premio della Giuria a Cannes e prendeuna nomination all’Oscar. Altman decide di approfittare appieno del fatto di essere diventato un simbolo della controcultura americana e si butta a capofitto nel lavoro. Nello stesso anno gira “Anche gli uccelli uccidono”, fantasioso dramma sulla ribellione giovanile.

Nel 1971 è la volta di “I compari”, anti-western che esalta le capacità attoriali della coppia Warren Beatty-Julie Christie, nel 1973 esce “Il lungo addio”, remake in chiave controculturale di una classica detective story di Rymond Chandler. Il ruolo di Philip Marlowe è affidato alla faccia da schiaffi di Eliott Gould. Nel 1974 dirige Keith Carradine e Shelley Duvall in “Gang”, ambiziosa decostruzione del genere d’azione criminale. A questo punto Altman si è ormai fatto la fama di geniale direttore d’attori oltre che di regista con una forte vena sperimentale. Nel 1975, forte di un cast enorme che spazia da Keith Carradine a Geraldine Chaplin, producequella che forse resta la sua opera più ambiziosa, il musical “Nashville”. Corrosivo backstage del mondo della musica pop americana per eccellenza,il country, ma anche spietato ritratto dell’America anni Settanta. Il film si accaparra un paio di nomination agli Oscar, ma non vince nulla, anche perché la sua satira degli ambienti dello show-biz è forse troppo affilata. Dopo il deludente flop del crepuscolare “Bufalo Bill e gli indiani”, la carriera di Altman sembra declinare e il regista stenta ad adattarsi ai nuovi criteri spettacolari di fine anni ’70 inizio anni ’80. Film come il drammatico “Tre donne” (1977) o il fanta-apocalittico “Quintet” (1979) che vede in un ruolo inedito anche il nostro Vittorio Gassman, cadono nella generale indifferenza del pubblico.

Nel 1981, con il giovane talento Robin Williams, Altman realizza uno dei primi esperimenti di live-action tratto da un fumetto, realizzando lo strambo “Braccio di Ferro”, film forse sottovalutato che si rivela un grande fiasco al box-office. Negli anni ’80, il regista americano dirada la sua attività al cinema e si dedica invece con successo alle produzioni teatrali. Negli anni ’90 Altman pare ritrovare in pieno la sua verve creativa con satire del mondo di Hollywood come “I protagonisti” (1992) o del mondo della moda come “Prêt-à-porter” (1994). Le decine di storie che si intrecciano in una assurda Los Angeles pre-terremoto di “America oggi” (1993) sono il suo più grande successo di questo periodo, fruttandogli il prestigioso Leone d’Oro a Venezia. Nonostante la tarda età Altman rimane un regista molto ambizioso e concepisce una trilogia di film che rimane il suo testamento. “La fortuna di Cookie” (1999), “Il dottor T e le donne” (2000) con un inedito Richard Gere nella parte di un attempato ginecologo e infine “Gosford Park” (2001), atipico giallo ambientato nella vecchia Inghilterra che sembra attendere con ansia lo scoppio della terribile Seconda Guerra Mondiale. Nonostante l’età e gli acciacchi Altman continua a lavorare fino all’ultimo: gira “The Company” (2003) e successivamente “Radio America” (2006). È ormai noto che il regista sta male e nello stesso anno l’Academy ripara ad anni di freddezza concedendogli l’Oscar alla carriera.

A causa di un tumore si spegne a Los Angeles qualche tempo dopo, il 20 novembre 2006.

Fabio Benincasa


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