Qualcuno volò sul nido del cuculo: ieri in prima serata su La7 Qualcuno volò sul nido del cuculo: ieri alle 21,15 su La7 uno dei più grandi successi del cinema impegnato americano
Il secondo film americano del regista ceco Milos Forman è uno dei più grandi successi del cinema impegnato di tutti i tempi. Passato alla storia per la straordinaria interpretazione di Jack Nicholson nel ruolo del ribelle McMurphy, il film, fra i pochi nella storia di Hollywood, si è aggiudicato tutti e cinque gli oscar più importanti: Miglior Film, Regista, Attore, Attrice e Sceneggiatura oltre a fare man bassa di Golden Globe e Bafta Award.
Il titolo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” deriva da una filastrocca per bambini che non viene citata nel film, ma che nel libro da cui è stata tratta la sceneggiatura allude alla follia. Ambientata in un manicomio dell’Oregon negli anni Sessanta, la storia si incentra sulle vicissitudini dell’inquieto Patrick McMurphy, un detenuto recidivo che si finge pazzo per cercare di sfuggire al carcere. Nell’ospedale psichiatrico in cui viene trasferito trova però una situazione ancora più oppressiva della galera: un gruppo di malati sofferenti dominati con pugno di ferro dalla gelida e tirannica infermiera Ratched. Ben presto McMurphy diventa il leader del suo reparto, conducendo gli altri malati a piccoli atti di ribellione e alla percezione della loro umanità nonostante la diversità. Il suo scontro continuo con l’infermiera Ratched lo porta a progettare una fuga da quell’universo concentrazionario che non può che risolversi in tragedia. A fuggire sarà il suo amico indiano, “Grande capo”, a dimostrazione che ormai il germe della libertà è entrato nelle menti di quelli che lo hanno conosciuto.
A più di 35 anni di distanza il film rimane ancora attuale, non solo perché girato efficacemente e interpretato da un gruppo di attori eccellenti, fra i quali, giovanissimi, Christopher Lloyd e Danny DeVito, ma perché privo di ogni tono predicatorio. Il centro della riflessione non è dunque semplicemente il trattamento dei malati di mente, fortunatamente molto migliorato nei tempi recenti, ma il rapporto dell’individuo con un potere che tende a schiacciarlo per imporgli “il suo bene”, non a caso viene chiamato a interpretarlo Nicholson che con la sua partecipazione ad “Easy Rider” (1968) era già diventato un’icona libertaria nel decennio precedente. L’attualità di questo conflitto fra la macchina cieca delle istituzioni e l’impulso infinito della libertà garantisce alla pellicola un’eterna freschezza, amplificata dall’apertura di giudizio di Forman che non suggerisce nessuna facile soluzione al problema.
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