“Pride and Glory – Il prezzo dell’onore” – Conferenza Stampa
Alla conferenza stampa tenutasi oggi presso la sala Petrassi dell’Auditorium di Roma nell’ambito del Festival Internazionale del Film di Roma erano presenti il regista, Gavin O’Connor e Colin Farrell che interpreta Jimmy Egan in “Pride & Glory – Il prezzo dell’onore”.
Il film rappresenta in chiave moderna il cinema classico, quanto era consapevole di ciò? Ci sono film di questo genere che l’hanno influenzato?
Gavin O’Connor: Non avevo in mente niente di classico, non c’era una consapevole ricerca ad una struttura classica, mentre si scrive comincia a crescere la sceneggiatura, tutto quello che c’era di professionale si ritrova nel film. Se c’è qualcosa di classico il rimando è ad elementi shakespeariani e della tragedia greca, ma non è stata fatto in maniera consapevole.
Gavin, perché ha deciso di usare questo modo narrativo?
Lo screen visivo dipende dal taglio che dai alla storia, io volevo mettere il pubblico al centro dell’azione e non al di fuori, ecco perché ho usato questa modalità di ripresa soggettiva che dà intimità alle scene. A volte si ha un senso di claustrofobia.
Colin, lei entra ed esce dai ruoli di poliziotto cosa hai imparato?
Negli ultimi 10 anni ho interpretato spesso poliziotti o membri della magistratura come in “Minority Report” o “Swat”, non so perché mi ritrovo spesso per le mani le armi che non mi piacciono neanche! In genere questi personaggi vivono in uno stato di diritto che definisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma ai margini si possono mettere in dubbio molte cose come l’etica. Io comunque non potrei mai fare il poliziotto!
Cosa le ha insegnato il cinema come stile di vita? Lo vive ancora con l’entusiasmo di prima?
Oggi più che mai lo vivo con entusiasmo. Come tanti attori mi sono trovato per caso in questo mestiere, la mia famiglia non era molto acculturata, la amo molto ma non davano molta importanza all’arte, io fino a 15 -16 anni giocavo a calcio e poi mi sono trovato per caso a fare l’attore e mi sono aperto al mondo come essere umano. Negli ultimi due anni e mezzo sono tornato ad amare questo lavoro. Il cinema esprime i nostri ideali e pensieri e questi sono temi che contano moltissimo.
Avete un codice d’onore, ed esiste un codice d’onore nel cinema?
Gavin: Interessante parlare del cinema in tal contesto, perché i codici vengono sempre messi in questione e bisogna sempre scendere a compromessi. In America mantenere una certa integrità artistica è difficile. Questo film non è un tipico film fatto dagli studios per attirare un facile pubblico, fare film così comporta mantenere certi ideali artistici morali ed estetici condivisi anche con gli attori.
Colin: non esiste un codice d’onore che mi guidi, non ho 10 comandamenti che seguo nella vita, si cerca da essere umano di seguire certi principi, rispettare gli altri, nozioni quasi banale ma quello che conta è il rispetto. Bisogna trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi. Questo è il mio codice d’onore.
Il film ci insegna che l’unica maniera per sopravvivere al caos è dire la verità, quanto le importava Gavin veicolare questo messaggio?
Domanda molto interessante perchè è una questione soggettiva, se il personaggio di Edward Norton non avesse mantenuto i propri principi non sarebbe stata scoperta la verità, mentre il personaggio di John Voight voleva fare l’opposto per salvare la famiglia. Quando si va al cinema ognuno vede qualcosa di diverso rispetto gli altri. Per me per sentirsi vivo, e per onorare la propria anima, non si può fare altro che fare quello che ha fatto Ray Tierney alias Edward Norton.
Colin sono passati quasi 10 anni dall’inizio della sua carriera hollywoodiana, com’è stato questo periodo? Si è mai pentito di essere approdato ad Hollwood?
Si può parlare di capitoli nella propria vita, io posso parlare di capitoli di 7 anni in 7 anni. Era come se seguissi un percorso già indicato da me stesso e da qualche forza universale di cui non sono consapevole. Non ho mai avuto rimpianti, altrimenti avrei cambiato, sono stato fortunato anche a lavorare su film più piccoli rispetto ad “Alexander” o “Miami Vice”. È interessante avere esperienze diverse che però riguardano la stessa cosa. In un piccolo film non hai i produttori alle calcagna e puoi essere più specifico. Non ho mai avuto l’impressione di aver venduto l’anima e tradito me stesso andando ad Hollywood. È vero c’è un’eccessiva violazione della privacy da parte della stampa e del pubblico, e questo forse ti può far riflettere se valga la pena o no continuare a fare questo lavoro, ma rimango sempre fermo su questa decisione.
Colin, cosa significa essere attore?
Chissà! E’ una domanda ancora irrisolta! Adoro la collaborazione che si instaura con un regista, amo essere portato ad esplorare nuove frontiere. Quattro settimane prima dell’inizio delle riprese ci siamo incontrati nell’appartamento di New York di Gavin per studiare i personaggi e i loro comportamenti ed io amo avere questo rapporto con i registi, anche quando si va sul filo del rasoio per mettersi in gioco. Conta solo la fiducia se esiste quella si può dire che la vulnerabilità a cui ognuno dei due si espone può generare qualcosa di creativo. Mi fido totalmente di lui.
Colin dopo “Alexander” cos’è cambiato nella sua carriera d’attore?
I miei capelli sono tornati al colore naturale! Seriamente, “Alexander” è stato molto doloroso per me. Il film di Oliver Stone è stato messo molto in discussione e questo per noi è stato un duro colpo. Pensavo di aver deluso tanta gente e anche la bellezza della figura di Alessandro Magno. Sono tornato con i piedi per terra e a partire da questo nuovo lavoro, “Pride & Glory”, è riemersa quella curiosità che avevo a sedici anni dopo la prima lezione di recitazione.
Eva Carducci
28 / 10 / 2008
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