Attore di teatro assai versatile, capace di eccellenti prove per il grande schermo, oltre che di interpretare intelligentemente diversi personaggi televisivi molto amati. Questa, in estrema sintesi, la carriera di Paolo Stoppa. L'esordio sul palcoscenico è nel 1927. Allora non è che un comprimario nella compagnia Capodaglio-Racca-Olivieri ma diventa attore brillante in pochi anni e poi, dal 1938 al 1940, compie il primo significativo salto di qualità nella compagnia del teatro Eliseo di Roma. Sono anni di grande fermento, quelli in cui la Capitale si prepara ad accogliere l'Expo 1942 (annullato per l'avanzamento della guerra) ma anche quelli in cui fascismo italiano e nazifascismo tedesco si legano e opprimono ogni libertà. È in questo periodo che il giovane Stoppa fa due incontri decisivi per il futuro della sua carriera: prima trova in teatro Rina Morelli, che sarà per lui compagna di lavoro e di vita; subito dopo la guerra inizia invece il sodalizio con Luchino Visconti. Così, sotto la regia di Visconti, Paolo e Rina danno vita a un'importante impresa, una delle poche e vere formazioni stabili del teatro italiano: la compagnia Stoppa-Morelli che, con rare interruzioni, dal 1945 al 1961 colleziona una lunga serie di successi. È infatti il momento delle prove attoriali mature fornite da Paolo Stoppa con “Zoo di vetro” (1946) di Tennessee Williams; “La locandiera” (1952) e“”L'impresario delle Smirne” (1957) di Carlo Goldoni; “Morte di un commesso viaggiatore” (1951) e “Uno sguardo dal ponte” (1958) entrambi di Arthur Miller; “L'Arialda” (1960) di Testori. Si tratta insomma della definitiva consacrazione di un Paolo Stoppa versatile, capace di spaziare con disinvoltura dai ruoli più drammatici e complessi a quelli più leggeri, riconoscibile per uno stile di recitazione sempre personale. Intanto l'Italia è cresciuta, i miti della letteratura diventano ancora più apprezzati se si trasfigurano nella magia del cinematografo e poi della televisione: così anche il successo di Paolo Stoppa si trasferisce dal palcoscenico al telo bianco, pur senza mai riuscire a rivaleggiare con quello dei divi veri e propri. “Miracolo a Milano” (1951), "Allegro squadrone" (1954), "Gastone" (1959), “Rocco e i suoi fratelli” (1960), “Viva l'Italia” (1961), “Il Gattopardo” (1963), “La matriarca" (1968) e "Il casotto" (1977): alcuni di questi film sono entrati di diritto nella storia della cinematografia e qui Stoppa porta la sua caratteristica umanità di rappresentazioni. La sua carriera sul grande schermo vanta però una lista di titoli interminabile (179!) collocati tra il film di propaganda “L'armata azzurra” del 1932 e “Domani si balla!” (1983) di Maurizio Nichetti, ma forse le interpretazioni che più di tutte lo hanno fatto amare dal pubblico sono quelle magistrali di Papa Pio VII ne “Il marchese del Grillo” (1981) e dello strozzino di “Amici miei - Atto II” (1982). Da ricordare e sottolineare sono però anche le sue partecipazioni ad altri capolavori o piccole grandi opere di cinema: “Processo alla città” di Luigi Zampa del 1952; “L'oro di Napoli” (1954), film a episodi diretto da Vittorio De Sica; “Siamo uomini o caporali?” (1955) di Camillo Mastrocinque; “Boccaccio '70” (1962), dove Stoppa recita per Luchino Visconti in uno dei quattro episodi del film (gli altri tre diretti da Vittorio De Sica, Federico Fellini e Mario Monicelli); “C'era una volta il West” di Sergio Leone del 1968 e infine “Rugantino” (1973) con Adriano Celentano e Claudia Mori. Abbiamo definito Paolo Stoppa “versatile” e allora, dopo aver citato il suo teatro e il suo cinema, non si può dimenticare tutto il resto di una carriera artistica completa. Eh sì, perché Stoppa ha prestato la sua voce nientemeno che a Fred Astaire in “Voglio danzar con te” (1937) e “Non sei mai stata così bella” (1942) e poi, insieme alla sua Rina Morelli, è stato protagonista alla radio con gli sketch comici di “Eleuterio e Sempre tua”, per lungo tempo in onda nella trasmissione domenicale Gran Varietà. Non solo. Al tempo delle miniserie che spopolavano nell'Italia televisiva degli anni ’70, ecco Paolo Stoppa che si specializza nei ruoli “investigativi”: prima diventa il commissario Barlach, nella trasposizione tv dei due romanzi “Il giudice e il suo boia” e “Il sospetto”, entrambi nel 1972, di Friedrich Dürrenmatt, e successivamente interpreta il commissario Di Vincenzi, all'interno dell'omonima miniserie di grande seguito ricavata dai romanzi di Augusto De Angelis. Proprio in televisione sarà protagonista di numerose produzioni ma, nel 1976, la sua vita e il suo lavoro rimarranno profondamente traumatizzati dalla morte di Luchino Visconti e Rina Morelli. Ultimo grande acuto televisivo di Stoppa sarà invece quello di portare sul piccolo schermo alcuni mostri sacri della drammaturgia brillante: “L'avaro” di Molière, per la regia di Patroni Griffi, e “Il berretto a sonagli”, diretto da Luigi Squarzina.
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