PADRONI DI CASA – RECENSIONE
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Padroni di casa – Recensione

Una bella sorpresa per lo spettatore l’opera seconda di Gabbriellini, che si è cimentato in un film di genere, confezionando un racconto innovativo

Regia: Edoardo Gabbriellini - Cast: Valerio Mastandrea, Elio Germano, Gianni Morandi, Valeria Bruni Tedeschi, Mauro Marchese, Alina Gulyalyeva, Francesca Rabbi, Lorenzo Rivola, Giovanni Piccini - Genere: Drammatico, colore, 90 minuti - Produzione: Italia, 2012 - Distribuzione: Good Films - Data di uscita: Giovedì 4 Ottobre 2012

Affresco cinematografico sulla violenza ‘della porta accanto’, sull’apparire ch’è diverso dall’essere, e sull’immoralità che regna nei nostri centri, piccoli o grandi che siano, che fa perdere di vista persino il valore intrinseco della vita umana.

Il racconto si svolge in un immaginario paese vicino Roma, ma potrebbe accadere ovunque, dato il clima di diffidenza, cinismo e intolleranza verso tutto ciò che vediamo lontano da noi, di cui si nutre la nostra società del benessere, che fa dell’omologazione uno dei suoi punti di forza.

“Padroni di casa” è un film spiazzante, diverso dai film tipici della cinematografia nostrana: Gabbriellini (che in molti ricorderanno come protagonista di “Ovosodo”) osa, attraverso una storia che parte con ironia per poi virare verso il dramma, proporre una pellicola più adatta ad un’ambientazione da profonda provincia americana, quella dove tutti hanno il porto d’armi e soprattutto hanno poche remore ad utilizzare i ferri custoditi in casa. Ma se questo è quasi ‘normale’ in un paese dove la libertà di ‘difendersi’ è uno dei punti su cui s’incentrano, addirittura, le campagne elettorali, diverso è da noi, dove fortunatamente è ancora complicato avere armi alla mercé di tutti.

I ‘padroni di casa’ sono nella fattispecie gli abitanti di questo piccolo centro, che non vedono di buon occhio l’arrivo in paese, anche solo per pochi giorni, di due piastrellisti romani, interpretati da Mastandrea e Germano, sul posto per rinnovare il terrazzo di un noto cantante, Fausto Mieli, ritiratosi in campagna per accudire la moglie vittima di un incidente.

A vestire i panni di Mieli c’è Gianni Morandi, che ritorna al cinema dopo decenni, con un personaggio molto lontano da quelli dei musicarelli, che ben si sposavano con la sua professione di cantante.

La paura e la diffidenza sono un terreno fertile su cui innescare quelle dinamiche d’intolleranza che possono portare alla violenza, come in questo racconto che, per quanto possa sembrare allucinante, purtroppo non è tanto distante dai fatti di cronaca che riempiono le pagine dei nostri quotidiani, dove veniamo a sapere che si spara ai vicini di casa più o meno molesti, o si picchia un uomo fino a vederlo morire perché per errore ha ucciso un cane, o si malmena un extracomunitario perché è sicuramente lui ad aver molestato la nostra amica, che poi si scopre non ha mai visto!

È questo il mondo che mostra Gabbriellini, il nostro mondo, muovendo la macchina da presa con sicurezza: ora indugiando sui personaggi, ora perdendosi nella natura, quella dei boschi d’alto fusto, le cui estremità sembrano raggiungere il cielo, dal quale al contempo allontanano gli esseri umani.

Elio Germano e Valerio Mastandrea sono una bella coppia d’attori, Morandi, seppure un po’ impacciato fa la sua parte, e Valeria Bruni Tedeschi interpreta con corpo e anima la sconsolata moglie di Mieli.

Una bella fotografia e dei dialoghi realistici (scritti a otto mani da Gabriellini, Mastandrea, Francesco Cenni e Michele Pellegrini) completano il quadro.

Peccato che il coraggio di portare sullo schermo un film di genere, quasi una pazzia per l’industria cinematografica italiana, porti come risultato una pellicola bella e interessante ma troppo dilatata affinché possa tenere un ritmo costantemente elevato per tutto il suo dispiegarsi.

Consigliato a tutti gli spettatori curiosi e desiderosi di vedere storie diverse, che tengano la mente attiva.

Maria Grazia Bosu




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