Owen Wilson e Jennifer Aniston a Roma per “ Io & Marley” Oggi a Roma presso l’hotel De Russie si è svolta la conferenza stampa del film “Io & Marley”, presenti in sala, e con quasi un’ora di ritardo sulla tabella di marcia, i due attori umani della pellicola, Jennifer Aniston e Owen Wilson. Assente il vero protagonista, Marley, il bellissimo Labrador bianco, per ovvie ragioni logistiche!
Qual è il vostro rapporto con i cani e gli animali in generale e quanto di conseguenza vi siete divertiti a fare questo film?
Owen Wilson: Io ho una grande predisposizione per il mondo canino, per ulteriori conferme potete chiedere al mio Garcia che è stato a Roma con me, quando ho dovuto girare qui per cinque mesi. È presente anche nel film, ma bisogna fare pausa per vederlo perché appare in un solo frame nella scena del mio monologo con le immagini che scorrono rapide. La cosa più difficile con lui è stato spiegargli che recitavo mentre ero con Marley, perché sentiva il suo odore su di me ed era geloso, come se fossi tornato con il rossetto di un’altra donna, vagli a spiegare che è soltanto un film!
Jennifer Aniston: Non mi sembrava di essere al lavoro, avendo i cani tutti i giorni nel nostro set favoloso a Miami vivevamo in un ambiente rilassato anche grazie alla loro presenza. Il mio cane Norman ha preso parte al film come quello di Owen, ma mi sono accorta che hanno tagliato la sua scena in fase di montaggio!
Nel film ci viene mostrata una famiglia da sogno, senza suocere o madri, ma sono davvero così la famiglie oltreoceano?
Jennifer Aniston: Dal mio punto di vista quella rappresentata in “Io & Marley” non è una famiglia da “fantasia”, è molto realistica, molto di più delle storie in stile “Desperate Housewives”. Questa è una storia vera, la cosa più bella del film è che è il racconto di quindici anni di questa coppia, e non si vedono solo rose e fiori, si vedono i sacrifici che entrambi fanno. È il ritratto di una famiglia americana, che affronta gli ostacoli che la vita gli mette davanti, in modo particolare al mio personaggio, Jenny Grogan. Ha un lavoro che le piace e dà il 100% per esso. Quando nasce il primo figlio, Patrick, tenta, come fanno in tante, di dividersi fra la famiglia e il lavoro ma non potendo svolgere bene entrambe le mansioni opera la dura scelta di lasciare il suo impiego, così come il marito che è frustrato e vorrebbe vivere la vita da single di Sebastian.
Qual è stata la scena più difficile da girare?
Jennifer Aniston: In genere le scene più complesse sono quelle con i bambini, perché quando dovevano essere tristi erano felici, e quando dovevano essere felici piangevano a dirotto, ed è sempre brutto costringere un bambino a fare quello che non vuole fare in quel momento. Comunque penso che la scena più difficile in assoluto sia stata quando portiamo Marley dal dottore per farlo castrare, perché doveva saltare dal finestrino della macchina in corsa.
Fino a che punto ci si può sacrificare per l’amore dell’altro all’interno del matrimonio?
Jennifer Aniston: Non credo che i protagonisti la vivano come un vero sacrificio, anche se in realtà lo è. Sacrificano le cose materiali per l’amore, ed è questa la cosa più importante, sentire di amare ancora le persone care alla fine della vita e averle vicino.
Owen Wilson: Se le decisioni che fai le senti come sacrifico non è un bene, le cose dovrebbero venire dal profondo del cuore, nel momento in cui scegli una strada escludi l’alternativa. Nel film io posso vedere l’altra via attraverso Sebastian, alla fine però quando ci rincontriamo il mio personaggio è felice della scelta che ha fatto.
Che cosa vi dà il vostro mestiere e che cosa pensi di questa professione?
Owen Wilson: Il fatto di poterne parlare qui è un segno di come questa esperienza sia stata fantastica. È anche grazie al nostro mestiere se siamo riusciti a trasporre sullo schermo un libro che era piaciuto tantissimo al pubblico.
Jennifer Aniston: Delle volte ti guardi allo schermo e ti chiedi “Ma cosa faccio per vivere?”, può sembrare molto stupido osservandomi da fuori, ma riflettendoci seriamente noi raccontiamo storie. Penso che sia una professione fantastica e siamo molto fortunati nel fare qualcosa che amiamo veramente. Abbiamo storie da onorare, storie di vita vera, noi le interpretiamo e trasmettiamo qualche cosa al pubblico, che si commuove, che riflette o che semplicemente apre la mente dopo aver visto un film.
Quali attori/attrici del passato ispirano il vostro lavoro?
Jennifer Aniston: Davvero tante, Shirley MacLaine, Lucille Ball, Meryl Streep, le ovvie. Di quelle contemporanee ammiro molto Anne Hathaway, di cui sono entusiasta per tante delle sue performance.
Owen Wilson: Davvero tanti, visto che Jennifer ha parlato delle donne, io parlerò degli uomini, ad esempio Alan Arkin che ritroviamo nel film, Geene Hackman, Dustin Hoffman…
La crisi mondiale ha influenzato anche il mondo iridato di Hollywood e quello del cinema in generale?
Jennifer Aniston:Si influenza molto il nostro lavoro. E’ costoso andare al cinema, bisogna pagare il parcheggio, la baby-sitter se si hanno figli, il biglietto, il pop-corn e così via. Ma ha toccato anche l’economia degli studios, dei salari, dei film festival, si sta trasformando in un mercato debole, con meno acquisti e di conseguenza meno film. Per questo motivo ci ha fatto davvero piacere che il nostro film abbia avuto negli USA così tanto successo.
Se dovesti presentare il film agli spettatori, come lo descriveresti? Visto che sembra una commedia ma non lo è!
Jennifer Aniston: Si ride e si piange ed è meglio di “Cats”, parafrasando il jingle dello spot americano del musical di Brodway.
Jennifer ci può parlare del Progetto “Goore Girl”?
È un film di cui sarò produttrice. Si basa su una storia vera, della prima country western band femminile composta da galeotte. È ambientato negli anni ‘30 e in quel periodo le prigioni erano diverse per uomini e donne. In Texas c’era un governatore che rilasciava la libertà vigilata alle band maschili e così un gruppo di donne decise di fare lo stesso, registrando un programma per una radio locale “venti minuti dietro le mura”, ottenendo un successo enorme . Una alla volta riescono ad avere la libertà vigilata, ma queste ragazze, a differenza degli uomini, hanno dovuto cambiare i propri nomi perché per una donna negli anni ’40 era una cicatrice troppo grande essere stata in prigione, molto più che per un uomo.
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