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Oscar 2017: il poco soffuso leitmotiv della politica

Sarà la delicata congiuntura storica statunitense (e mondiale), venutasi a creare con la scalata elettorale trumpiana e l’inaspettata vittoria del Tycoon, saranno anche le delicate problematiche sociali, gli episodi di violenza interrazziale, la situazione economica ancora instabile, quel che appare evidente è che questa 89° edizione degli Oscar 2017 si è consumata in un atmosfera tesa, carica e ad alta dose di ‘politicità’.

Dalla polemica social degli #OscarsSoWhite alla stretta di Donald Trump sui procedimenti del suo mandato in merito all’immigrazione, gli Academy Awards si sono certo ‘politicizzati’, ma, forse, in un modo così blando e ipocrita che sarebbe stato meglio tutto il contrario. O no?

Oscar 2017: il black power e il (quasi logico) #NotSoWhite: il cinema social(e)

Mahershala Ali impugna la statuetta conferitagli per la sezione di Miglior attore non protagonista, grazie alla sua interpretazione in “Moonlight” di Barry Jenkins.

La società e l’arte sono spesso indissolubilmente legate, specchio l’una dell’altra, due elementi del contesto esistenziale umano che si influenzano a vicenda, in modo positivo o negativo.

Dalla polemica innescatasi due anni or sono in seno agli Academy Awards a causa dell’allora scarsissima presenza di attori ‘colored’ o comunque facenti capo alla comunità afroamericana, fino alla contro polemica social che avuto effetti su quest’edizione appena passata, sotto lo slogan #NotSoWhite, passando per le politiche di Trump in merito all’immigrazione, il cinema si è distinto per la sua partecipazione socio-politica al dibattito, diviso tra desiderio mediatico e autentico interesse.

La polemica ‘white’ va inserita in un delicato contesto: quello degli ultimi anni, caratterizzati da tensioni sociali sempre più esacerbate a causa di alcuni tragici episodi che hanno coinvolto spesso ragazzi di colore da una parte e forze dell’ordine dall’altra, dell’instabilità economica, di una società ‘minacciata’ dalla globalizzazione e dal terrorismo e necessariamente barricatasi nel lento inesorabile declino tipologico della sua più grande caratteristica identitaria, il ‘melting pot’. Nonostante le resistenze da parte dell’élite intellettuale e del mondo paradisiaco dei VIPs.

Il cinema ha avuto il suo bel dire in merito a ciò: ne è testimonianza l’esito della produzione cinematografica più recente, che ha visto in “Moonlight”, “Barriere” e “Il diritto di contare” i più rappresentativi della stagione, premiato il primo come Miglior film, nominati gli altri. Non si può dire con precisione se le statuette d’oro consegnate nella notte magica del cinema americano siano state condizionate da questa ‘polemica’ di colore. Sta di fatto che la giura dell’Academy ha voluto forse lanciare un messaggio potente alla società, della quale costituisce una delle principali sovrastrutture umane e mediatiche.

Il #NotSoWhite ha avuto successo agli Oscar 2017: “Moonlight” Miglior Film, Viola Davis Miglior Attrice non Protagonista (nominata anche la Spencer nella stessa categoria), Mahershala Ali Miglior Attore non Protagonista, Denzel Washington nominato per la ‘serie a’ attoriale, come il suo film “Barriere”, il Premio Miglior Documentario per “O.J.: Made in America” . Un successo comunque abbastanza ‘bilanciato’: Casey Affleck (a ragione) Miglior Attore, Emma Stone Miglio Attrice, Damien Chazelle Miglior Regia.

Spodestamento comunque, fisico e metaforico, incarnatosi nella gaffe “La La Land/Moonlight” di Warren Beatty, segnale del passaggio, autorevolmente certificato, dal white al black power. Con conseguente ulteriore slittamento verso il territorio African-American (LGBT, anche), in modo più deciso. Chissà forse hanno inciso oltretutto i 638 nuovi membri di cui 41% “not white”. Eppure c’è chi dice che, ciononostante, tra il musical di Chazelle e l’opera di Jenkins resti un abisso incolmabile a livello artistico e prettamente filmico.

Cosa è successo? Netta e positiva presa di posizione? O asservimento a una polemica da quattro soldi in nome di una necessità d’auto-affermazione tramite il sentir roboare i propri pensieri e opinioni in merito a una precaria situazione sociale? Per non parlare di audience, visibilità ed entrate?

Se l’obiettivo di Hollywood fosse stato ‘lanciare un messaggio’, si può dire che ha sbagliato linguaggio, canoni e testo: l’orgoglio black non serve a niente, la ‘testimonianza’ è un inizio, eppure nuovi percorsi non sono stati tracciati. Sembra di stare di fronte al solito ‘borghese’ power shift. Un po’ di delusione e amarezza è normale.

Oscar 2017 – Quando Hollywood cavalca l’onda: l’anti-establishment trumpiano, a torto o a ragione

Il Tycoon americano ‘supercattivo’ antagonista dei ‘buoni’ degli Academy Awards.

Discorso parallelo è quello politico. La ‘politicità’ degli Academy si è concretizzata anche nell’ultimo anno di frecciatine e polemiche anti-Trump stampatesi sulla bocca e sui profili social di moltissime personalità in vista del panorama cinematografico statunitense. Anche qui, un po’ di riserve sono obbligatorie. Da Meryl Streep, a Robert De Niro, Michael Moore, Alec Baldwin, solo per citarne alcuni, molti personaggi del cinema hanno sentito la necessità di prendere una posizione. Sarà che la politica, in America, è vissuta a tutto tondo.

Non c’è solo protesta, malcontento, e sorpresa (da che pulpito, poi, dato che il Tycoon è stato normalmente eletto dal popolo americano; e si può capire anche il perché: l’alternativa era la Clinton): l’impopolarità di Trump, la battaglia mediatica contro la sua politica di chiusura e separatismo (incarnata dal Muslim Ban e dal progetto del Muro messicano) sono cavalcate ‘egregiamente’, ma anche autenticamente combattute. Esemplificativa è stata l’intonazione ‘popolare’ data alla prestigiosissima e chic cerimonia degli Oscar 2017: persone qualunque a stretto contatto con i propri divi, in sfilata, a farsi foto, selfie e quant’altro.

Sicuramente i ‘casi’ più rappresentativi di quest’edizione Oscar 2017 sono stati quelli di Asghar Farhadi, Taraneh Alidoosti, Khaled Khatib, Raed Saleh e Mahershala Ali.

I primi due nomi sono legati alle pellicola “Il cliente”, vincitrice dell’Oscar al Miglior Film Straniero. Asghar Farhadi, il celebre regista iraniano, si è volutamente assentato dal palcoscenico del Dolby Theatre in segno di protesta contro il decreto trumpiano sull’immigrazione (“Una legge disumana”, a detta dello stesso cineasta), che ha causato non pochi problemi in generale a molte produzioni televisive e cinematografiche. Annunciata l’assenza diverse settimane fa anche dalla musa del filmmaker persiano, Taraneh Alidoosti. Operazione mediatica o esplicita veritieri protesta?

Khaled Khatib e Raed Saleh hanno invece subito qualcosa di più vergognoso: il giovane videomaker siriano e il presidente della Difesa Civile Siriana sono infatti stati respinti all’aereoporto, nonostante il visto ottenuto da tempo. Guarda caso, forse anche per la portata artistica e testimoniale dell’opera, il corto di Orlando von Einsiedel, “The White Helmets”, incentrato proprio sull’attività dell’associazione siriana in aiuto della popolazione in guerra, ha ottenuto il premio come Miglior cortometraggio documentario. Un veloce ringraziamento, agli assenti forzati.

Infine, Mahershala Ali: l’interprete statunitense (e musulmano) è riuscito a portarsi a casa la statuetta per il Miglior attore non Protagonista, ‘grazie’ alla sua prova attoriale in “Moonlight”.

Tintinna fastidiosamente l’idea che, da sfondo a certe decisioni e premiazioni in seno all’Academy per questi Oscar 2017, ci sia una netta volontà di contrapporsi alla politica per come la intende Trump: Muslim Ban? Ecco che a vincere il premio attoriale cadetto è un musulmano, quello per Miglior Film Straniero è una pellicola iraniana, quello per il Miglior Cortometraggio Documentaristico è una forte testimonianza dei 3000 volontari in azione per aiutare la popolazione siriana. Non sono coincidenze: una battaglia politica? Oppure l’ennesima vena ipocrita del mondo dello spettacolo pronto a farsi bandiera e voce di quel ‘pubblico’ che ne costituisce la linfa vitale?

L’epoca dei social, del digitale, dei confini contro i muri e le barriere. Dalla ‘rinascita’ black alla Muslim Fight, sarebbe da confidare alle star hollywoodiane un piccolo segreto: le problematiche sociali legate al razzismo e le guerre che stanno dilaniando intere regioni del mondo sono dinamiche vecchie e consolidate da molto tempo. Non per mettere in dubbio la buona volontà delle personalità-immagine del mondo, ma, questo è un dato di fatto inopinabile, che mette in discussione qualsivoglia parola, messaggio o atteggiamento di apertura e attenzione che possa esser stato protagonista di questa edizione degli Oscar.

Gli occhi vedono solo quello che vogliono vedere.

Alfonso Canale

28/02/2017