"Mongol": il vero volto della Mongolia di Gengis Khan Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Gengis Khan. Ma chi conosce veramente la storia di questo grande conquistatore che riuscì a costruire uno dei più vasti imperi che l'uomo ricordi? Il regista russo Sergei Bodrov si è posto come primo scopo del suo film “Mongol” che si è guadagnato la nomination agli Oscar 2008 come miglior film straniero, quello di restituire alla figura di Gengis Khan una biografia, che andasse oltre il mito e la leggenda. Come Bodrov stesso racconta il Gengis Khan narrato nei libri di scuola è un uomo rozzo e sanguinario, in poche parole un mostro. Da queste scarne informazioni Bodrov inizia una meticolosa ricerca " per prendere un clichè e scoprire com'era veramente". Temujin, questo il vero nome del Khan, nacque nel 1162 e rimase presto orfano di padre che vediamo morire tra le sue braccia ancora bambino; fatto prigioniero rimane schiavo per anni prima di riottenere la libertà. Nella sua vita avrà molte donne ma solo una sarà la sua inseparabile compagna: Borte. Il regista ci racconta il loro primo incontro: due bambini, figli di tribù nomadi come ancora se ne incontrano in Mongolia, si guardano, si sorridono e rimangono legati per il resto della loro vita. Lei così devota e innamorata da lasciarsi catturare per dargli la possibilità di fuggire anche se ferito. Lui che riuscirà a liberarla e a costruire con lei un rapporto di fiducia e complicità assolutamente inedito per i tempi. Nella luce e negli spazi dell'altopiano mongolo Bodrov gira un kolossal di due ore in cui descrive battaglie e lotte cruente, ma anche la vita dei nomadi che seguendo le stagioni si spostavano da una regione all'altra con le loro mandrie di bestiame. Tutto questo non è molto diverso dalla Mongolia attuale. Basta uscire dall'unica grande città, la capitale, Ulan Bator, per scoprire paesaggi sconfinati fatti di steppe, deserti e grandi laghi, dove incontrare abili cavalieri eredi del mondo di Gengis Khan di cui conservano ancora usi e tradizioni. Come l'abitudine di vivere nelle gher, le tipiche tende di feltro a base rotonda che una famiglia può smontare, trasportare e rimontare facilmente grazie a un sistema di pali ad incastro. In questo modo gli allevatori si spostano nelle grandi vallate verdi, tra colline e montagne sotto un cielo quasi sempre sereno per il quale la Mongolia viene chiama il paese dal cielo blu. In un territorio grande cinque volte l'Italia si incontrano pochi villaggi e gli abitanti si muovono ancora a cavallo o su carretti trainati da cammelli. Le famiglie più moderne usano la moto o i camion e hanno attrezzato le loro tende con pannelli solari per alimentare frigoriferi e tv. Ma molte tradizioni resistono, una su tutte: lo sciamanesimo. Tramandato dall'antico mondo sacro, intriso di rituali e folklore,è arrivato fino al terzo millennio e anche se ora la religione principale è il buddismo, di origine tibetana, lo sciamanesimo non è mai veramente scomparso e si insinua ancora prepotentemente nella vita quotidiana dei mongoli. Lo sciamano, una sorta di stregone, rappresenta il contatto con il mondo degli dei, il mago a cui affidarsi per risolvere un problema. Anche Bodrov e la troupe hanno consultato uno stregone prima di iniziare il loro lavoro. E’ stato lo scenografo architetto Dashi Namdakov, grande conoscitore della cultura mongola, a organizzare l’incontro con il capo sciamano della Mongolia, nella sua tenda a Ulan Bator. Dopo avergli portato delle offerte e spiegato il progetto Bodrov ha ottenuto il suo benestare e il suo apprezzamento per aver rispettato le tradizioni locali ancora così vive nel cuore e nella mente del popolo mongolo. Il film, distribuito da BIM uscirà in Italia il 9 maggio.
Testo e foto di Barbara Mattiuzzo
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