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Mohsen Makhmalbaf

(Teheran, 29 maggio 1957)

Il regista Mohsen Makhmalbaf, nato il 29 maggio 1957 a Teheran è considerato uno dei padri della New Wave iraniana. La sua biografia è complessa e contraddittoria come la storia del suo paese, l’Iran. Nato in una famiglia poverissima nella periferia sud di Teheran, Makhmalbaf comincia a lavorare sin dall’età di otto anni, facendo ogni tipo di mestiere per mantenersi. A causa di queste durissime condizioni di vita, negli anni Settanta matura una coscienza politica, arrivando a militare in clandestinità in un gruppo di estremisti islamici che cercano di rovesciare la dittatura dello Scià di Persia, Reza Pahlevi. Ferito e catturato durante un conflitto a fuoco con la polizia, Makhmalbaf è condannato a una lunga pena detentiva nelle durissime carceri persiane. Nel 1979 è rilasciato anticipatamente insieme a molti altri detenuti politici nel vano tentativo da parte del regime dello Scià di evitare l’esplosione di tumulti. La rivoluzione iraniana, ben presto sfociata nell’instaurazione di una teocrazia da parte dell’ayatollah Khomeyni, causa la fuga dello Scià e la fondazione dell’attuale repubblica islamica. Durante i lunghi anni trascorsi in prigione il giovane Makhmalbaf ha trovato modo di riflettere e studiare, trasformandosi da terrorista in una sorta di intellettuale autodidatta. Affermando l’importanza di ricostruire una cultura moderna per l’Iran, Makhmalbaf decide di indirizzarsi al cinema, distanziandosi dalle posizioni conservatrici assunte dal regime iraniano. All’inizio degli anni Ottanta si dedica soprattutto a scrivere sceneggiature per alcuni famosi registi. Tra i primi lungometraggi, “Boycott” del 1985, ambientato nell’Iran pre-rivoluzionario, narra la storia di un dissidente condannato a morte per le sue tendenze politiche. Nel 1987, per la prima volta, un suo film viene selezionato per il Festival di Cannes e il suo nome comincia ad essere conosciuto in Europa. Da allora Makhmalbaf ha girato 18 lungometraggi, partecipando a Festival in tutto il mondo e subendo spesso la censura in patria. Tra le sue opere, capaci di spaziare dal fantastico al realistico senza mai abbandonare i toni lirici, ricordiamo la commedia Il ciclista” (1987), Pane e fiore (1996) e “Il silenzio” (1998) che vince al Festival di Venezia il premio Cinema Avvenire e il Premio Sergio Trasatti. Nel 1996 il regista interrompe temporaneamente il suo lavoro per dedicarsi a insegnare il cinema ai giovani iraniani. Fra i suoi migliori allievi si conta la figlia Samira, che nel 2000 vince il premio della giuria a Cannes con il film “Lavagne”, sceneggiato dal padre. Nel 2001 il regista gira “Viaggio a Kandahar” che rimane forse la sua pellicola più nota. Per realizzare una sorta di odissea ambientata fra i profughi in fuga dai massacri dei Talebani in Afghanistan, Makhmalbaf si trasferisce sul pericoloso confine Iran-Afghanistan con tutta la famiglia. Il regista compie addirittura viaggi illegali all’interno del paese per farsi un’idea delle condizioni di vita della popolazione. Le sue ricerche lo spingono, subito dopo l’invasione americana, ad andare in Afghanistan per cercare di stimolare la produzione cinematografica locale. Insieme alla figlia e ad altri registi fonda l’ACEM (Afghan Childern Education Movement), un’associazione che promuove l’alfabetizzazione e la cultura artistica tra i bambini afghani. L’associazione aiuta anche gli aspiranti registi e attori afghani a studiare cinema. Oltre a dirigere e scrivere sceneggiatura, Makhmalbaf è anche uno scrittore di racconti, tradotti e pubblicati in Europa e nei paesi arabi.

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