MILLION DOLLAR BABY - RECENSIONE

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Million Dollar Baby - Recensione

Regia: Clint Eastwood – Cast: Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman, Jay Baruchel – Genere: Drammatico, colore 137 minuti – Produzione: Usa, 2004

“Mystic River” era incentrato sulla comunità, sulla sua capacità tutt’altro che positiva di interrare la propria carica violenta interna, con il risultato di farla esplodere a intervalli regolari, punirla nelle figure di capri espiatorii, celebrare sé stessa e la ritrovata unità, rimuovere di nuovo la violenza e ricominciare il giro daccapo. In “Million Dollar Baby” la comunità, la famiglia, sono quasi sempre escluse dalle inquadrature, come un rimosso che incombe e quando compaiono fanno figure barbine (la famiglia di Maggie). Eastwood, che ha consapevolmente sposato uno stile asciutto e, con il procedere degli anni sempre più austero, non ha bisogno di nuove sottolineature retoriche. Il punto di partenza e di arrivo del film è una palestra sgangherata di boxe che fa già “realtà a sé” rispetto all’esterno. È l’universo di un allenatore che ha rinunciato a “generare” campioni, proprio perché il pugile – e la figura umana di cui il pugile stesso diventa metafora – verrà gettato nel mondo e da esso ferito, come Scrap, vecchio e unico amico di Frank (un grande Morgan Freeman). Nella penombra di questo altrove silenzioso, inquadrato con una nettezza che esalta il classicismo di Eastwood, entra Maggie, cameriera povera, che vuole uscire da quella penombra, essere vista e riconosciuta. La familiarità che si instaura tra i due è si quella di una paternità “fluttuante” non preordinata dalla biologia, per questo intensissima e tenera, ma anche un rapporto tra un dottor Frankestein e la sua creatura. Eastwood crea un mito, ma quando le cose degenerano in tragedia è proprio lui che deve distruggerlo, ridargli la libertà nella maniera più malinconica e dolorosa, per poi sparire in quanto artefice. Regia magnifica, cast anche, un capolavoro di un vecchio assolutamente non senile, che riflette sull’esistenza, essendo oramai fuori dal tempo.

Massimo Racca


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