Protagonista del film di Darren Aronofsky “The Wrestler”, Leone d’Oro al 65° Festival di Venezia, Mickey Rourke è il vincitore morale della kermesse del 2008, anche perché, per tutti, la Coppa Volpi data a Silvio Orlando era sua. Vedendolo oggi, è difficile pensare a lui come al sex symbol di “Nove settimane e mezzo”. Eppure, “Quello della moto” ha dato uno schiaffo morale a Hollywood dimostrando a tutti di essere ancora un lottatore. Del resto, non ha mai avuto un carattere facile, anche se il talento non gli manca e nessuno lo può negare. Mickey Rourke nasce a New York da una famiglia irlandese il 16 settembre del 1956, anche se il suo tesserino da boxer dice 1952. Cresce a Miami e ha una sorella, un fratellastro e sei fratelli acquisiti dopo il secondo matrimonio della madre. E’ un assiduo frequentatore della palestra di pugilato e su 24 incontri disputati ne ha persi solo 4. Studia recitazione alla Lee Strasberg Institute. Il suo debutto risale al 1979 con “1941 – Allarme a Hollywood” di Steven Spielberg. L’anno dopo è sul set di Michael Cimino per “I cancelli del cielo”, passato alla storia come il film che ha fatto fallire la prestigiosa United Artist. Si fa notare per la prima volta nei panni del piromane nel noir “Brivido caldo” di Kasdan nel 1981, accanto alla dark lady Kathleen Turner. Segue “A cena con gli amici” (1982), diretto da Barry Levinson. Il suo archetipo è già tutto in “Rumblefish” (in italiano “Rusty il selvaggio”) del 1983 di Francis Ford Coppola. Nel seguito ideale de “I ragazzi della 56° strada”, Rourke interpreta il fratello carismatico di Matt Dillon, solo contro il mondo sulla sua motocicletta, con una colonna sonora assolutamente memorabile di Stewart Copeland. Girato in bianco e nero ha nel cast Dennis Hopper, nei panni del padre alcolizzato dei due fratelli. Cimino e Rourke ritornano insieme per “L’anno del dragone” nel 1985. E’ la storia del pluridecorato capitano di origine polacca Stanley White, reduce del Vietnam, che cerca di sconfiggere la mafia cinese nella China Town newyorkese. Ancora una volta, il suo personaggio è un uomo segnato dalla vita, che lotta per ciò in cui crede. Il film, sceneggiato da Oliver Stone, viene molto criticato perché violento e per alcuni razzista. Il 1986 è l’anno magico di Rourke che, con “Nove settimane e mezzo” di Adrian Lyne, scatena la fantasia di molte signore. E’ una storia d’erotismo patinato tutta ambientata nella grande mela. Rourke è un affascinante broker che travolge letteralmente Kim Basinger in una girandola di esperienze sensuali, memorabile lo strip tease con “You can leave your hat on” di Joe Cocker. L’anno dopo, Mickey è sul set di “Angel Heart – Ascensore per l’inferno” di Alan Parker, accanto a Robert De Niro. In una sordida New Orleans, tra riti vudù e presenze luciferine, il detective alla deriva Harold Angel si trova in una storia più grande di lui. L’interpretazione di Rourke nel suo impermeabile sgualcito con l’eterna sigaretta in bocca lascia un segno indelebile. E’ amato dai critici nel 1987 anche “Barfly” di Barbet Schroeder, scritto da Charles Bukowski che vi fa un piccolo cammeo. Rourke è l’alter ego dello scrittore maledetto, Henry Chinasky, che passa il suo tempo sul bancone di un bar tra scazzottate e sbronze. Seppur osannato, l’attore comincia a subire il peso del successo che gli è cascato addosso. Nel 1988, scrive sotto lo pseudonimo di Eddie Cook la sceneggiatura di “Homeboy” diretto dal neozelandese Seresin. Protagonista è un pugile in disarmo, quasi a prevedere cosa sarebbe successo nella sua vita. Nel cast c’è anche la moglie Debra Feuer, da cui divorzia. Ha una parentesi mistica in “Francesco” (1989) su San Francesco d’Assisi, della Cavani che dirà di lui “Il miglior attore che abbia mai diretto!”. E’ quasi una profezia, invece “Johnny il bello” (1989) di Walter Hill. Rourke è un delinquente da quattro soldi con il viso sfigurato, che ritorna alla vita grazie ad una plastica facciale, senza happy end! Un’interpretazione da manuale ma l’uomo è sempre più in crisi. Non ama Hollywood che a sua volta non lo ha in simpatia e litiga con tutti i registi con cui lavora. Ancora per Cimino interpreta “Ore disperate” (1990), mentre sul set di “Orchidea selvaggia” (1990), prodotto soft-core, incontra la modella Carré Otis. Tra i due scoppia la passione, si sposeranno nel 1992 e il matrimonio durerà sei anni, seppur tra mille litigi. Nel frattempo, Rourke ha ripreso la sua attività pugilistica, con il soprannome di El Marielito. Su otto incontri fatti ne vince sei. Come attore, invece fa pessimi film (esclusi “L’uomo della pioggia”, 1997, di Coppola e “La promessa”, 2001, di Sean Penn) solo per pagare i conti, rifiuta un gran numero di ruoli importanti e va in giro con una gang di bikers, tra una bevuta e una rissa. Poi deve subire diverse operazioni facciali, va in analisi e riparte con “C’era una volta in Messico” di Robert Rodriguez nel 2003. Con quest’ultimo e con Frank Miller fa la grande rentrè nel 2005, prima dalla standing ovation di Venezia. “Sin City” è la versione cinematografica di un fumetto noir diviso in tre episodi. Rourke interpreta, ancora una volta, un personaggio alla deriva, con un viso elefantiaco, che, coinvolto ingiustamente in un omicidio, si vendicherà e finirà sulla sedia elettrica, non prima di un ultimo sorriso insperato. Forse lo stesso che aveva il giorno della premiazione a Venezia. Dopo "The Wrestler" è richiestissimo tanto che partecipa a diverse produzioni: "The Informers" (2008), dove ritrova Kim Basinger; "Sin City 2" (2009), ancora diretto da Frank Miller; "Killshot" (2009) accanto alla bellissima Diane Lane; "The Expendables" (2010) di Sylvester Stallone; "13" (2010) di Géla Babluani con 50 Cent; "Iron Man 2" (2010) di Jon Fabreau e "Rambo 5" (2011). E’ vero il cialtrone intrigante che seduceva Kim Basinger con la barba di tre giorni non c’è più, ma c’è un uomo che non ha mai mollato e che stringe teneramente il suo chihuahua dopo esser risalito sul ring.
Ivana Faranda
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