MICHELANGELO ANTONIONI - BIOGRAFIA

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Michelangelo Antonioni - Biografia

(Ferrara, 29 settembre 1912 – Roma, 30 luglio 2007)

Nato a Ferrara, il 22 settembre 1912, Michelangelo Antonioni è considerato uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi. Cresciuto in una famiglia abbiente, intraprende gli studi di Economia e Commercio, affiancandovi però diverse altre passioni come la pittura, il tennis e il cinema. Mentre studia comincia a scrivere critiche e recensioni per il CorrierePadano dove entra in contatto con gli intellettuali ferraresi come il critico Caretti, il pittore De Pisis o lo scrittore Bassani. Più tardi decide di trasferirsi a Roma per collaborare alla prestigiosa rivista Cinema dove conosce Zavattini e Barbaro. Nella capitale, Antonioni frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia, scrive sceneggiature per Rossellini e comincia a filmare un documentario sul Po che però non potrà terminare a causa dello scoppio della guerra. Nel dopoguerra continua a scrivere sceneggiature ma gira anche alcuni documentari. Finalmente, nel 1950, ha la possibilità di esordire con “Cronaca di un amore”, triangolo amoroso a struttura noir, ma denso di melanconiche riflessioni esistenziali. I suoi film successivi, tutti con uno stile sommesso e personale, “I vinti” (1952), “La signora senza camelie” (1953), “Le amiche” (1955), passano abbastanza inosservati per il pubblico e non sono molto apprezzati dalla critica che, in quegli anni, si concentra soprattutto sul neorealismo. Nel 1957 il clima culturale in Italia sta cambiando, l’inizio del boom economico coincide con una crisi sociale e si esprime con un generale disagio del vivere. Antonioni mette in scena questa crisi nel suo “Il grido”, storia di un operaio che scivola lentamente nella follia e, dopo alcune peregrinazioni, si suicida. Il lungometraggio riceve finalmente attenzione da parte della critica, anche se il rapporto con gli spettatori di Antonioni rimane complicato in quanto i suoi lavori sono pieni di “tempi morti”, silenzi e attese, poco adatti ai gusti di un pubblico di massa. “Il grido” riceve un Pardo d’Oro al Festival di Locarno e permette al regista di imbarcarsi nell’ambizioso progetto di “L’Avventura” (1960). Le riprese hanno un iter travagliato a causa del basso budget, di scioperi della troupe e di ondate di maltempo, ma Antonioni riesce ad affrontare ogni disastro portando pazientemente a termine l’impresa. La trama e scheletrica: una giovane donna scompare durante una gita alle Eolie lasciando una sottile angoscia nei suoi amici. Interpretato da un’intensa Monica Vitti, riceve un plauso generale e ottiene il Gran Premio della Giuria a Cannes. I successivi “La notte” (1961), con un malinconico Marcello Mastroianni e “L’eclisse” (1962), che ha per protagonista ancora una volta un’eccezionale Monica Vitti, sono consegnati alla storia, insieme a “L’avventura” come “Trilogia dell’incomunicabilità”. Infatti, anche nella storia di una coppia in crisi e in quella di una borghese che si lascia andare alla nevrosi e alla noia, emergono i temi classici del regista: l’alienazione, l’impossibilità di amare, l’angoscia data dalla mancanza di senso nella vita. “La notte” vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, mentre “L’eclisse” riceve un Premio Speciale della Giuria a Cannes. Ormai Antonioni ha acquisito molta fama ed è pronto a filmare la sua prima pellicola a colori: “Il deserto rosso” (1964). Monica Vitti ritorna a essere una signora della buona borghesia intellettuale, ma nevrotica e tormentata, con manie suicide e in cerca di un significato per la propria esistenza. Più che nel rapporto con le persone, segnato da dialoghi inconcludenti e banali, il personaggio della Vitti si riflette nei colori vivacissimi e stridenti dei paesaggi ravennati che la circondano. L’opera è accolta molto bene e ottiene il Leone d’Oro al Festival di Venezia. A questo punto la notorietà del regista ha varcato l’oceano. Il produttore Carlo Ponti gli offre un contratto con la MGM per la realizzazione di tre lavori ad alto budget e distribuzione internazionale. Antonioni accetta la sfida e comincia “Blow Up” (1966), liberamente tratto da un racconto dello scrittore Julio Cortázar. Nel film, ambientato nella Londra lisergica di fine anni Sessanta, David Hemmings è un fotografo che pensa di aver fotografato per sbaglio un omicidio, ma non riesce in alcun modo a dimostrare il suo sospetto. Parabola sull’ambiguità della rappresentazione visiva, “Blow Up”, che si avvale della colonna sonora del grande Herbie Hancock, è considerato uno dei capolavori del cinema mondiale, avendo ispirato registi come Coppola, Kubrick o De Palma. Il lungometraggio vince un Gran Premio a Cannes, oltre a ricevere due nomination agli Oscar e un Golden Globe. Ancora per la MGM Antonioni realizza “Zabriskie Point” (1970), ambientato negli USA fra i campus californiani e la Death Valley. Imperfetto ma interessante, narra delle vicende di Mark e Daria, due giovani “hippy” in bilico fra ribellione e conformismo, finché Mark non viene ucciso dalla polizia. “Zabriskie Point”, passato alla storia per la colonna sonora dei Pink Floyd e per la complessa scena finale girata con quattro macchine da presa nel deserto, si rivela un flop totale, disertato dal pubblico e attaccato dalla critica, specie quella legata alla controcultura hippy che si sente denigrata dalla storia. Dopo una lunga pausa, Antonioni gira quello che è considerato l’ultimo capitolo della trilogia in lingua inglese: “Professione: reporter” (1975). Interpretata da uno straordinario Jack Nicholson quest’opera costituisce una summa della poetica del regista, una riflessione sull’identità e sulla crisi dell’uomo moderno. Nonostante la sua bellezza il film è accolto freddamente. Antonioni si prende un’altra lunga pausa di riflessione. Nel 1980 produce per la Rai lo sperimentale “Il mistero di Oberwald”, tornando al cinema solo nel 1982, sette anni dopo “Professione: reporter”, con l’interessante ma imperfetto “Identificazione di una donna”, interpretato da un insospettabile Tomas Milian che abbandona per una volta i suoi ruoli di commedia. La carriera di Antonioni sembra pronta ad affrontare le nuove sfide della post-modernità, ma il regista, nel 1985 è vittima di un ictus, rimanendo completamente paralizzato e con forti difficoltà nella parola. Dopo un lunghissimo silenzio, riemerge grazie all’aiuto dell’amico Wim Wenders, che nel 1995 lo affianca per consentirgli di girare “Al di là delle nuvole”, film a episodi, poetico ma irrisolto e un po’ didascalico. Le condizioni di salute di Antonioni gli permettono di dedicarsi solo a un altro cortometraggio, l’episodio “Il filo pericoloso delle cose” nel collettivo “Eros” (2004), insieme a Wong Kar Wai e Steven Soderbergh. Dopo una malattia invalidante durata più di vent’anni, si spegne il 30 luglio 2007, lo stesso giorno nel quale muore l’altro grande regista europeo, Ingmar Bergman.

Fabio Benincasa

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