Max Payne - Recensione Regia: John Moore - Cast: Mark Wahlberg, Mila Kunis, Beau Bridges, Chris Ludacris Bridges, Chris O’Donnel, Donald Logue, Amaury Nolasco, Kate Burton, Olga Kurylenko - Genere: Azione, colore, 150 minuti - Produzione: Usa, 2008 – Distribuzione: 20th Century Fox - Data uscita: 28 Novembre 2008
Il detective Max Payne non crede nel paradiso… Crede solo nel dolore. Da quando la sua famiglia è stata assassinata a sangue freddo la sua esistenza è legata indissolubilmente alla vendetta. Non segue le regole, non gioca sempre pulito, anzi, sporco, come sporca è la New York che ci presenta John Moore. La polizia è invischiata nei complotti, non ci si fida più di nessuno. È così che ci viene presentato “Max Payne”, ed è così che la gente vuole vederlo. Azione su azione, sparatorie mozzafiato e un investigatore che ha lasciato le buone maniere a casa, vicino ad un bicchiere di umanità. Le scenografie si adattano come un giubbotto anti-proiettile al detective. Il buio, il freddo invernale, sono solo alcuni degli aspetti, metafora dello stato d’animo di un uomo che tre anni fa ha abbandonato l’amore. Max Payne si confonde nell’oscurità, ne suggella il patto ombroso con lo scopo di arrivare alla fine dei conti, alla fine dei minuti a cui tutti noi prima o poi siamo destinati. Un corpo svuotato dalla cattiveria, che si aggira instancabile aprendo ogni sua porta con un calcio ben piazzato. Max Payne non si fermerà finché non avrà riscattato la sua famiglia. E non ci sono salvataggi prima del boss finale, come il videogioco da cui si è ispirato il film. Molti di coloro che hanno giocato in soggettiva quel Max Payne si ritrovano in tante decisioni del personaggio, quasi ad anticipare la prossima sua mossa. È stato grande il lavoro di adattamento al grande schermo che lo sceneggiatore Beau Thorne e John Moore hanno compiuto. Hanno lasciato indelebile quello sfondo che contribuisce a rendere surreale il film. Giochi d’ombra e creature soprannaturali ne delineano i confini, senza dimenticare le slow motion chiamate “bullet-time”. Il regista non voleva imitare il lavoro di John Woo e dei fratelli Wachowski di “Matrix”, così ha ideato una tecnica differente che non ha nulla da invidiare ai precedenti lavori. È impossibile però non pensare a Rodriguez con il suo “Sin City”, in queste atmosfere noir molto moderne. C’è chi si chiede se al posto di Mark Wahlberg non fosse stato meglio un Mickey Rourke, ma probabilmente i richiami sarebbero stati troppi. Il buon Mark Wahlberg comunque stupisce per la sua capacità di personificazione di Max Payne, avendo di lui un ricordo differente nel film di Shyalaman “E venne il giorno”, veste i panni del detective con estrema serietà e capacità recitativa. “Max Payne” è un film di contrasti dolorosi, di nocche rotte e di una terribile atmosfera noir, decisamente meravigliosa.
Jacopo Lubich
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