Max Ophüls

Max Ophüls è stato uno tra i registi più sottili e brillanti della sua epoca. Nelle sue opere, tracce di amori tristi e melanconici, eroine rassegnate e sorrisi drammatici. È considerato uno dei creatori del genere melodrammatico.

Max Ophüls, il dramma nascosto dietro al sorriso

(Saarbrücken, 6 maggio 1902 - Amburgo, 26 marzo 1957)

Max Ophüls biografia regista

Max Ophüls, regista tra i più cosmopoliti e sofisticati che la storia del cinema può annoverare, è il nome d'arte di Maximilian Oppenheimer, nato a Saarbrücken il 6 maggio 1902 e morto ad Amburgo il 26 marzo 1957.

Attivo dagli anni '30 alla prima metà degli anni '50, Max Ophüls è considerato il creatore del genere melodrammatico e fu un grande sperimentatore, capace di unire al genere narrativo più classico, un'imponente impronta personale sinonimo di grande avanguardia.Tra i padri del cinema di più notevole spessore, Ophüls, fa ruotare il suo operato attorno ad indimenticabili ed affascinanti figure femminili, le cui vicende diventano metafore sulla vita e sul mondo, reale e dello spettacolo.

Max Ophüls: l'amore per il teatro e il primo grande successo con "Amanti Folli"

Nato in una famiglia di imprenditori ebrei tedeschi, Ophüls, non ebbe dubbi nel rinunciare immediatamente alla direzione dell'impresa paterna per seguire la sua vera vocazione. Fin da giovanissimo si dedicò al teatro per il quale realizzò numerose regie, sia liriche che di prosa, a Dortmund, Vienna, Berlino e Francoforte. Ritroveremo spesso, infatti, molta della sua prima esperienza teatrale nei lavori cinematografici successivi, pervasa anche di una forte componente autoriflessiva.

Max Ophüls Amanti Folli

Una scena di "Amanti Folli"

Il suo terzo film, "La Sposa Venduta", datato 1932, non a caso è la traduzione cinematografica di un'opera di B. Smetana, mentre quello successivo, "Amanti folli" (1933) – triste storia di due ragazzi dall'epilogo drammatico - è tratto da un racconto di A. Schnitzler. La pellicola si rivela un vero successo, grazie anche agli intrigati movimenti di macchina e il sapiente uso dei primi piani, in cui il regista esplica la sua visione delle cose; queste sottigliezze registiche diverranno nel tempo oggetto di grande ammirazione, anche da parte di alcuni noti registi contemporanei, tra cui Stanley Kubrick.

Max Ophüls, dalla Francia all' Italia dopo l'avvento del nazismo

Emigrato in Francia con l'avvento del nazismo, Max Ophüls, dopo una breve permanenza, si spostò in Italia per dirigere "La Signora di Tutti", tratto da un romanzo di S. Gotta, dedicato al mondo dello spettacolo. Il film, costruito con una serie di flashback sulla vita della diva Gaby Doriot (Isa Miranda), è pervaso  di eleganza e delicatezza.

Dopo il successo italiano, Max Ophüls torna in Francia, dove realizza molti lungometraggi, fra cui "Divine", tratto da un romanzo di Colette, altra amara riflessione sulla voracità dello spettacolo e lo sfruttamento della figura e del corpo femminile nell'ambiente allora in voga dei musica hall.

Nel suo cinema, il regista nasconde spesso la tragedia dietro il volto rassicurante della commedia, tra storie minori e piccoli equivoci senza importanza. Dopo un'immagine del Giappone dichiaratamente falsa in "Yoshiwara, il quartiere delle geishe", Max Ophüls realizza un altro splendido esempio del suo stile registico, "Tutto finisce all'alba" (1939), una pellicola in dal grande valore umano ed emotivo, in cui la storia di una donna ferita s'intreccia tra onirico e reale.

Max Ophüls: il regista delle donne schiave del mondo e dell'amore

L'opera di Ophüls assunse, da questo momento in poi, una fisionomia sempre più chiara, anche dal punto di vista tematico; una grande galleria di figure femminili che scelgono di sostituire a una vita borghese la dignità e la solitudine un amore, spesso ignorato e frainteso.

Max Ophüls Lola Montès

Scena tratta da "Lola Montès"

In seguito ad un breve periodo in Svizzera, Max Ophüls emigra negli Stati Uniti; spostamento che affrontò con lo stessa dolce rassegnazione delle sue eroine. Anche ad Hollywood, tuttavia, ebbe modo di realizzare molte splendide opere in cui è ancora forte il suo complesso rapporto tra i generi. È forse solo nel suo ultimo film, "Lola Montès" (1955) che il regista toglie finalmente la maschera del sorriso. Il lungometraggio narra la storia della ballerina che, dopo essere stata amante del re di Baviera, finisce in un circo americano a interpretare sé stessa; una metafora drammatica di ciò che il mondo dello spettacolo e dell'industria del falso rappresentano. L'eterno femminino mostrato negli anni da Ophüls subisce qui decadenza, l'abbattimento del suo fascino di donna e dell'amore, concepito come una sottomissione all'uomo.

Ilaria Romito

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