MARLEY – RECENSIONE
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Marley – Recensione

Documentario dolce e minuzioso nella cura dei dettagli e delle atmosfere, dai toni scherzosi e talvolta malinconici, “Marley” è capace di appassionare proprio tutti

Regia: Kevin Macdonald – Genere: documentario, 144 minuti, colore – Produzione: Gran Bretagna, Stati Uniti, 2012, Cowboy Films, Shangri-La Entertainment, Tuff Gong Pictures – Distribuzione: Lucky Red – data di uscita: 26 giugno 2012

“Emancipate voi stessi dalla schiavitù mentale, nessuno a parte noi stessi può liberare la nostra mente..” cit.

Che Bob Marley fosse il rappresentate per eccellenza della cultura rastafariana e della musica reggae e uno degli artisti più amati al mondo, non c’erano dubbi. Questa non è, per lo meno, l’unica cosa che si apprende dopo la visione di “Marley”. Quello che sorprende invece è che a più di 30 anni dalla sua prematura morte, gli intramontabili messaggi contenuti nella sua musica fanno del personaggio, innanzitutto, una potenza culturale con la quale ancora confrontarsi.

Kevin MacDonald, regista britannico, premio Oscar per “Un giorno a settembre”, ha infatti saputo donarci, in ben 140 minuti circa di documentario, qualcosa in più di un semplice panegirico sul cantante: la sua opera è un tuffo nella vita di un pensiero libero, un rivoluzionario dalla grande spiritualità. L’autore ha potuto realizzare il progetto con la piena collaborazione della famiglia del cantante (la moglie di Bob, Rita, i suoi figli, gli amici e i colleghi). La complicità stabilita con la famiglia Marley si è dimostrata preziosissima per far emergere e comprendere tante verità a molti sconosciute. Aneddoti circa il suo carattere, la sua indole, il suo modo d’essere, i suoi desideri, i suoi valori, insomma tutti i dettagli emersi nel corso delle conversazioni, hanno reso possibile la realizzazione di un film in cui per la prima volta viene mostrato un ritratto a tutto tondo di Bob come uomo. Macdonald consegna in questo modo ad una generazione ciò che Marley ha lasciato, e lo fa, spinto dal fascino e dalla stima che egli stesso provava per il musicista.

Per rendere più emozionante la narrazione, spalleggiato dall’esperto ricercatore di materiali di archivio Sam Dwyer, il regista ha utilizzato gran parte del materiale scovato – compresi “Exodus” e “No woman, no cry”, e moltissime informazioni riguardanti la giovinezza del musicista agli inizi della carriera nel genere reggae. MacDonald ripercorre così le tappe significative della sua esistenza, partendo da una breve presentazione dei luoghi di infanzia: attraverso le sue riprese si ha la sensazione di respirare l’aria delle colline di Nine Miles, nella regione di St. Ann's Bay, nella Giamaica, luogo in cui Bob era nato e cresciuto; le sue origini, da padre giamaicano bianco di discendenza inglese del Sussex e da Cedella Booker, all'epoca diciottenne giamaicananera; il suo trasferimento a Trenchtown, un sobborgo di Kingston, capitale della Giamaica, luogo chiamato da Bob “il ghetto”, frequentato dai cittadini neri, per lo più giovani, che vivevano ai margini della società manifestando il loro dissenso verso il sistema;

Si arriva alla nascita del suo primo gruppo “The Wailers” formato da Marley, Peter Tosh e Neville “Bunny” Livingston, gruppo che registrò un successo clamoroso fin da subito, tanto da avere già 5 singoli in cima alle classifiche della top 10 della Giamaica. Apparizioni live, tra le più significative quella al Madison Square Garden e la sua ultima a Pittsburgh; senza poi dimenticare le svariate interviste singole a chi fu a stretto contatto con il musicista.

Quella rilasciata da Bunny è una delle narrazioni chiave del film, capace di accompagnare il pubblico dall’inizio alla fine del documentario. Egli conosceva il cantante da sempre, attraverso i suoi spesso simpatici ricordi racconta un periodo che copre diversi anni di storia biografica arrivando fino al 1973 e allo scioglimento della band “The Wailers”. Da quel momento, il filo conduttore del racconto è affidato a Neville Garrick, il direttore artistico del gruppo, che è stato accanto a Bob fino alla sua morte.

Un’altra intervista significativa è quella fatta a Rita Marley, la moglie. Si rimane subito colpiti dalla delicatezza dimostrata dalla donna nel parlare della tendenza di Bob ad essere poco fedele. Da menzionare inoltre il contributo dei figli (in particolare Ziggy), che parla di Bob come un padre abbastanza duro ma sempre presente. Infine la testimonianza dell’infermiera che è stata accanto al mito in una clinica europea durante l’agonia dei suoi ultimi giorni prima della sua morte per cancro.

Dolce e minuzioso nella cura dei dettagli e delle atmosfere, dai toni scherzosi e talvolta malinconici, “Marley” è un documentario capace di appassionare proprio tutti, anche chi non ama particolarmente il genere musicale collegato all’artista in questione.

Giulia Surace



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