Mario Monicelli
(Viareggio, 15 maggio 1915)
Mario Monicelli, nato il 15 maggio 1915, è il decano dei registi della commedia all’italiana. Ha lavorato con tutti i maggiori divi del cinema italiano, contribuendo in molti casi a lanciarne le carriere: da Mastroianni alla Loren, da Gassman alla Cardinale, da Manfredi alla Vitti. Fra i suoi lavori si contano film ormai diventati pezzi di storia non solo del cinema, ma addirittura della società italiana come “I soliti ignoti”, “L’Armata Brancaleone” o “Amici miei”. Monicelli nasce a Viareggio, dove suo padre fa il giornalista, e nella piccola città di mare trascorre una giovinezza spensierata. Si avvicina al cinema a causa dell’amicizia con Giacomo, figlio del regista Giovacchino Forzano. In quegli anni Forzano aveva rilevato gli stabilimenti cinematografici della Tirrenia, gestendoli per conto del governo. Prima della fondazione di Cinecittà questo complesso di studios era uno dei più importanti d’Italia. Qui il giovane Mario ha il suo battesimo sul set, cominciando a interessarsi di regia e di sceneggiatura. Nel 1934 un suo mediometraggio è premiato alla mostra del cinema di Venezia. Negli anni Trenta e fino alla parte più dura della guerra rimane molto attivo come critico cinematografico, aiuto-regista e sceneggiatore, partecipando alla lavorazione di più
di quaranta pellicole. Nel 1949 esordisce ufficialmente come regista, firmando, in coppia con Steno, “Totò cerca casa”. La collaborazione con Steno procede con la realizzazione di altri sette film con il principe della risata, fra i quali “Guardie e Ladri” (1951) dove a Totò si affianca uno strepitoso Aldo Fabrizi e “Totò e le donne” (1952). Dal 1953 Monicelli decide di mettersi in proprio, continuando a firmare anche le sceneggiature dei suoi film. Con l’enorme successo di “I soliti ignoti”, nel 1958, la sua carriera registica è definitivamente lanciata. “La Grande Guerra”, girata l’anno seguente, è spesso considerato il vertice della carriera di Monicelli. Alberto Sordi e Vittorio Gassman gareggiano in bravura dando vita a due soldati patetici e vigliacchi che si riscattano solo un momento prima di morire. Il film frutta al regista un Leone d’Oro a Venezia e anche una nomination all’Oscar, oltre che un indiscussa celebrità internazionale. Gli anni
Sessanta e Settanta vedono un’incessante attività registica di Monicelli che filma gioielli della commedia all’italiana come “L’Armata Brancaleone” (1966), “La ragazza con la pistola” (1968), “Brancaleone alle Crociate” (1970) e “Amici miei” (1975). Nel 1977 esce il controverso “Un borghese piccolo piccolo”, una film nel quale Sordi diventa una sorta di vendicatore, uccidendo un delinquente che gli aveva a sua volta ammazzato il figlio. Il film viene visto come una critica alla violenza, ma anche come una sua giustificazione, rimanendo però una delle poche interpretazione densamente drammatiche di Sordi. Negli anni Ottanta e Novanta, Monicelli sembra aver perso un po’ di smalto, ma è ancora in grado di firmare ottimi film come “Speriamo che sia femmina” (1986). Uno dei marchi registici tipici del suo cinema è mettere in scena personaggi piccolo borghesi ossessionati dal raggiungimento di grandi obiettivi che poi puntualmente falliscono. Per ora niente e nessuno è mai riuscito ad arrestare la vitalità di questo regista che continua indefessamente a dirigere: il suo ultimo “Le rose del deserto” (2006) è stato completato da Monicelli alla strabiliante età di 91 anni.
Fabio Benincasa