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Mario Bava

(San Remo, 31 Luglio 1914 – Roma, 27 Aprile 1980)

Mario Bava nasce il 31 luglio 1914 a San Remo. È figlio di Eugenio Bava, eminente direttore della fotografia del cinema muto ("Quo Vadis?”, “Cabiria”, “Cenere”) e direttore del reparto effetti speciali dell’Istituto Luce. Il piccolo Mario, di conseguenza, cresce in un ambiente ricco della magia del cinema e lavora per alcuni anni come assistente del padre, fino a quando, nel 1930, tenta di rendersi autonomo, nella prospettiva di farsi una famiglia. Inizia a lavorare come assistente alla regia, divenendo nel 1939 direttore della fotografia, e lavora con Roberto Rossellini, G. W. Pabst, Raoul Walsh e Robert Z. Leonard. Nel 1956 collabora con Riccardo Freda a “I vampiri”, il primo horror italiano dell’era del sonoro: inizialmente Bava doveva occuparsi solo degli effetti speciali, ma poi segue la regia di metà del film, in seguito all’abbandono di Freda. Inizia così una carriera di “recuperi” di film lasciati a metà da altri registi: “Le fatiche di Ercole” (1958), “Ercole e la Regina di Lidia” (1958), “Caltiki il mostro immortale” (1959). Nel 1960 si cimenta nell’ultimo grande horror in bianco e nero, “La maschera del demonio”, che ottiene immediatamente un enorme successo internazionale ed incorona l’attrice Barbara Steele a icona del genere. Passa immediatamente dopo al Technicolor, con “Ercole al centro della terra” (1961), per tornare al bianco e nero solo con un’allusione a Hitchcock, ne “La ragazza che sapeva troppo” (1963). I film successivi, “I tre volti della paura” (1963), “La frusta e il corpo” (1963), “Sei donne per l’assassino” (1964) e “Terrore nello spazio” (1965) mostrano al pubblico tutte le sue capacità creative, ma causano anche la rottura del suo contratto con American International Pictures, che non lo ritiene più adatto alla fascia di intrattenimento per i ragazzi. Nel 1966, “Le spie vengono dal semifreddo” è un vero disastro, ma “Operazione paura”, dello stesso anno, diviene un classico del Gotico. Purtroppo, sempre lo stesso anno, muore anche il padre del regista, che decide di rimanere lontano dal cinema fino al 1968, quando Dino De Laurentiis gli offre “Diabolik”. Subito dopo, è la volta di “Odissea” (1969), di Rambaldi, e de “Il rosso segno della follia” (1969). Si cimenta anche nel genere western con film come: “La strada per Fort Alamo” (1964), “Ringo del Nebraska” (1966), co-regia con Antonio Romàn non accreditata, e “Roy Colt e Winchester Jack” (1970). Gli anni ’70 vedono una prima collaborazione del maestro con Dario Argento ne “L’uccello dalle piume di cristallo” (1970), poi la regia del giallo “Cinque bambole e la luna d’agosto” (1970), “Lisa e il diavolo” (1972), “La casa dell’esorcismo” (1975). La lavorazione di “Cani arrabbiati” (1974), che poteva essere un altro immenso successo, subisce un tracollo quando il produttore Roberto Loyola dichiara bancarotta: il film arriverà sul grande schermo solo nel 1996, 15 anni dopo la morte di Bava, col nome “Semaforo rosso”. Nel 1977 collabora col figlio Lamberto a quello che sarà il suo ultimo vero film, “Shock”, ed il canto del cigno è segnato da “La Venere d’Ille”, del 1978, prodotto per Rai TV e chiuso nel cassetto per due anni dai produttori, che lo rendono pubblico solo dopo la scomparsa del regista. L’ultimo partecipazione di Bava a un lungometraggio, in realtà, avviene nell’anno stesso della sua morte, il 1980, quando realizza gli effetti speciali di “Inferno” di Dario Argento, anche se non è mai stato inserito nei crediti del film. A posteriori, Argento ammise che Bava aveva anche diretto alcune scene in sua assenza, mentre era ricoverato per epatite. Un infarto stronca Bava il 25 aprile dello stesso anno, poco dopo un check-up che lo dichiarava in perfetta salute.

Claudia Resta





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