Lincoln

Lincoln - Recensione: Film stilisticamente ineccepibile, ma incapace di creare una vera empatia col pubblico, incentrato sulle poche settimane che precedettero l’approvazione del XIII emendamento alla Costituzione americana, attraverso il quale si abolì la schiavitù

Lincoln

Il kolossal di Spielberg su Abramo Lincoln, il Presidente degli Stati Uniti che abolì per sempre dalla Costituzione americana l’ignominia della schiavitù dei neri da parte della popolazione bianca, incanta per lo stile e l’eleganza con cui è stato confezionato, e per un protagonista veramente strepitoso.

In tre ore di pellicola, che raccontano gli ultimi quattro intensi mesi della vita e della presidenza di Lincoln nel 1865, Spielberg focalizza l’attenzione sulla passione che il Presidente, all’inizio del secondo mandato, pose nel giocare il tutto per tutto pur di far approvare dalla Camera il XIII Emendamento alla Costituzione americana, attraverso il quale abrogare la schiavitù, e riconoscere l’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla legge americana.

Partendo dal libro della famosa storica Doris Kearns Goodwin, lo sceneggiatore Tony Kushner costruisce dialoghi serrati e intensi, attraverso i quali si comprende meglio l’epoca che il film racconta e le sue contraddizioni, prima fra tutte il diffuso senso d’ingiustizia nei confronti della schiavitù, e la coesistente paura che rendendo liberi quattro milioni di schiavi aumentasse la concorrenza nelle attività economiche.

Daniel Day Lewis è un meraviglioso Lincoln, l’attore come sempre si cala nell’anima e nel corpo dei suoi personaggi, che porta sullo schermo in modo quasi fotografico. Ad osservarlo recitare pare quasi di vedere animarsi i vecchi ritratti del celeberrimo Presidente.

La fotografia azzeccata regala alle immagini un qualcosa di antico che rende il racconto realistico. La figura di Lincoln, raramente in piena luce, spesso in penombra, palesa il tormento dell’uomo, che combatte con ogni mezzo una battaglia che sente prioritaria, in nome della dignità e della moralità che devono pervadere tutti gli uomini di buona volontà.

Spielberg poi muove la macchina da presa in maniera ineccepibile, eppure tutte queste virtù non bastano a fare di “Lincoln” l’atteso capolavoro.

Il ritmo è talmente lento da poter esasperare i meno pazienti e, forse la conoscenza dell’esito delle vicende fa perdere mordente ad un intreccio che non emoziona se non per le prove attoriali, in primis quella del già menzionato Day Lewis, e a seguire quelle di Tommy Lee Jones e di Sally Fields, rispettivamente nei panni di un influente membro della Camera, repubblicano, e della consorte di Lincoln, nota per il grande amore che la legava al marito, ma anche per i non pochi problemi causati ad entrambi da un sistema nervoso un po’ troppo fragile per il ruolo occupato.

Così, allo scoccare delle tre ore lo spettatore tira un respiro di sollievo, un po’ deluso e un po’ amareggiato per la sensazione di ‘occasione sprecata’ da parte del talentuoso Spielberg, che non è riuscito a rendere epico un film che aveva tutte le carte per esserlo.

Daniele Battistoni

lincoln2Gli ultimi mesi di vita di Abraham Lincoln, sedicesimo presidente americano, che portò alla vittoria il Nord nella sanguinosa guerra di Secessione contro gli Stati Confederati d'America, ponendo così fine alla schiavitù.

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