LA PRINCIPESSA E IL RANOCCHIO - RECENSIONE

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La principessa e il ranocchio - Recensione

(The Princess and the Frog) Regia: Ron Clements e John Musker – Cast: Oprah Winfrey, John Goodmann, Keith David, Jim Cummings – Genere: Animazione, colore 97 minuti – Distribuzione: Walt Disney Pictures - Produzione: Usa, 2009 – Data di uscita: 18 dicembre 2009

Negli anni ’90 non esisteva Natale senza un lungometraggio firmato Walt Disney. “La Principessa e il Ranocchio” catapulta lo spettatore indietro nel tempo e fa rivivere sul grande schermo la magia che lo stesso Walt Disney aveva inaugurato con “Biancaneve e i sette nani”. Questo film d’animazione segna quindi il ritorno ufficiale alle fiabe ed al fascino del disegno a mano. “La Principessa e il ranocchio” è un piccolo capolavoro animato: la miglior risposta che l’“obsoleta” mano dell’uomo potesse dare al 3D. La regia, affidata a due esperti del disegno, Ron Clements e John Musker, creatori de “La Sirenetta” (1989) e “Alladin” (1993), sotto l’occhio attento del guru della Pixar, John Lassent, compie il piccolo miracolo di rivalorizzare una tecnica, il 2D, che sembrava dovesse essere solo ricordata. Certo è che con questa pellicola si ritorna al passato anche per il genere che è stato scelto: il musical. Ci sono ben 7 brani inediti che scandiscono i momenti più importanti dell’azione. La colonna sonora affidata al pluripremiato compositore Randy Newman, è una mistura di sound diversi: dal jazz, al gospel, al blues e alla musica creola delle origini. Aggiungendo al tutto una sceneggiatura sempre ben calibrata e mai banale, che mescola il carisma dei personaggi, con situazioni umoristiche e momenti di grande commozione il risultato è eccellente. Il ritorno di Disney alle fiabe classiche non avviene semplicemente riadattando per il grande schermo “Il principe ranocchio” dei fratelli Grimm. Nella favola originale, infatti, una principessa bacia un brutto e viscido rospo che finisce per trasformarsi in un bellissimo principe e i due si sposano. Nella rivisitazione disneyana cambiano diverse cose. Siamo nel terzo millennio e la narrazione ha subito già delle svolte epocali. La storia non si svolge più in mitici palazzi medievali, con principesse e cavalieri, ma è ambientata nella caotica città del jazz, New Orleans, durante gli anni ‘20. Molti personaggi sono di colore e di colore è anche la splendida protagonista, Tiana, che a dispetto di quello che fa pensare il titolo, è una semplice cameriera, con un grande sogno nel cassetto: aprire un ristorante nella zona portuale della città. Non c’è nessuna principessa, dunque, ma c’è un principe: Naveen, un playboy fannullone, che è rimasto senza un soldo, perché i suoi genitori lo hanno diseredato. È il cattivo a dare il via all’azione vera e propria: l’astuto dottor Facilier, una summa dei malvagi disneyani (quasi inevitabile il raffronto con il longilineo Jafar di Alladin), che servendosi della sua persuasione e della voglia di riscatto di un grasso maggiordomo si servirà dei suoi incantesimi per trasformare il principe in un rospo. Ed è a questo punto che i destini dei due eroi s’incrociano. Ne “La principessa e il ranocchio” gli autori strizzano l’occhio anche nelle scene, nei disegni e nei simboli a classici come “Pinocchio”, “La Bella Addormentata”, o i più recenti “Alladin” ed “Hercules”, scritti e diretti entrambi dalla coppia Clements-Musker. L’animazione permette ai personaggi che si muovono sullo schermo di avere un calore che forse ancora non abbiamo ancora visto nelle storie in 3D con essere umani. Una pellicola che diventerà un classico, con personaggi che rimarranno nella storia del cinema.

Davide Monastra



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