agosto 02, 2015

La grande bellezza – Recensione

Tra la Dolce Vita e Cafonal, Sorrentino da sfoggio di grande tecnica ma la storia non convince

Regia: Paolo Sorrentino – Cast: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka, Giorgio Pasotti, Massimo De Francovich, Massimo Popolizio, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola, Giusi Merli, Serena Grandi, Isabella Ferrari, Franco Graziosi, Giulio Brogi – Genere: Drammatico, colore, 150 minuti – Produzione: Italia, Francia, 2013 – Distribuzione: Medusa – Data di uscita: 21 maggio 2013.

la-grande-bellezzaDa quando si fa cinema in Italia, Roma ha rappresentato per generazioni di registi un microcosmo capace di racchiudere in sè quanto il bello tanto il deforme, quanto la nobiltà quanto la miseria dell’Italia.

Un set naturale in cui degrado e bellezza si fondono e che sembra star lì ad osservare, con un misto di rassegnazione ed indifferenza le piccole e grandi tragedie umane che vi si consumano. E ultimo arrivato nel lungo elenco dei cineasti non romani ammaliati da questo palcoscenico, si inserisce Paolo Sorrentino da tutti considerato, insieme a Matteo Garrone, l’enfant prodige del cinema italiano. E come Fellini talentuoso provinciale che a Roma trovò la sua consacrazione, così Sorrentino con “La Grande Bellezza” ha voluto realizzare, oltre cinquant’anni dopo, la sua personale Dolce Vita, per raccontare con piglio a tratti autobiografico il suo rapporto con la città eterna e la sua variegata fauna.

Sorrentino ha utilizzato il suo attore feticcio, Toni Servillo, quale alter ego, nei panni di Jep Gambardella ex scrittore di successo trasformatosi negli anni in ricco anfitrione e disincantato frequentatore di feste e salotti. Qui tra noia, alcool, droga, balli e pettegolezzi si agita un’umanità fatta di nobili decaduti, pseudo intellettuali, attori falliti, alti prelati e presunti artisti, tutti alla disperata ricerca di quel divertirmento che li tenga lontani da un immanente senso di vuoto e di morte.

Tra terrazze con vista mozzafiato, palazzi nobiliari e scorci notturni o albeggianti di una Roma barocca quasi sospesa nel tempo, in oltre due ore e mezza Sorrentino attraverso un racconto frammentato da sfoggio di tutto il suo bagaglio tecnico in un susseguirsi di acrobatici dolly, riprese a mano (memorabili i festini in stile cafonal in cui l’occhio della cinepresa insiste su corpi sfatti, sudori incontrollati e visi devastati dal botulino), ed inquadrature statiche in cui il regista lascia spazio a dialoghi serrati o a metafisici giochi di luce.

Una riflessione simbolica sul decadimento morale e fisico del nostro Paese si potrebbe definire, se non fosse che il regista napoletano, come spesso gli accade, non riesce a coniugare le sue potenti immagini con un’adeguata capacità di storytelling, dimostrandosi dunque più artista da pennellata singola che da affresco d’insieme.

A risentirne maggiormente sono alcuni personaggi (la Ferilli e la Ferrari per esempio) che appaiono e scompaiono senza troppe spiegazioni e soprattutto un finale che scivola troppo nel mistico surreale.

Si esce dal cinema visivamente appagati ma con la sensazione che se Sorrentino si concentrasse più sulla scrittura e meno sulla ricerca dell’inquadratura ad effetto (a proposito, qualcuno un giorno ci spiegherà la necessità di far volare, via CGI, uno stormo di fenicotteri rosa sopra il Colosseo) avremmo davvero trovato un grande regista contemporaneo e non un semplice virtuoso autore da festival.

Vassili Casula

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