La città verrà distrutta all’alba - Recensione The Crazies) – Regia: Breck Eisner – Cast: Timothy Olyphant, Radha Mitchell, Joe Anderson, Danielle Panabaker – Colore, 101 minuti – Produzione: USA-Emirati Arabi 2009 – Distribuzione: Medusa – Data di uscita: 23 aprile 2010.
We’ll meet again… don’t know where… don’t know when. Si apre con un classico degli anni ’30 di Vera Lynn (e i cinefili kubrickiani già possono indovinare come andrà a finire il film!), “The Crazies”, il remake del terzo lungometraggio di George A. Romero che, caso rarissimo, ha nella versione italiana un titolo a suo modo più azzeccato ed inquietante. Al timone dell’ennesimo remake horror un giovanotto di belle speranze, Breck Eisner, sotto la supervisione produttiva del guru occhialuto di Pittsburgh che pare abbia apprezzato molto. Noi no, o meglio, ni. Nel senso che “La città verrà distrutta all’alba” (una tossina attraverso l’acqua contagia una tranquilla cittadina del Midwest provocando follia ed istinto omicida in tutti o quasi i suoi abitanti, con conseguente pesante e indiscriminato intervento dell’esercito per circoscrivere l’epidemia e fuga senza quartiere dei quattro sopravvissuti) per un’ora e mezzo intrattiene lo spettatore con un giusto mix di ritmo, inseguimenti, esplosioni e qualche bell'ammazzamento, supportati, e si vede, da un budget di tutto rispetto. Elementi questi, soprattutto l’ultimo, che nell’originale di Romero a tratti latitavano. In parte per causa di forza maggiore (fino al successo planetario di “Zombi”, Romero si auto produceva) in parte perché, più che a fare film che mettessero semplicemente paura, era interessato attraverso la pellicola ad esprimere il suo messaggio politico antimilitarista, fortemente critico della società americana in cui morti viventi o infetti che siano non sono altro che la naturale evoluzione di una umanità sull’orlo del collasso. Ma un film dell’orrore deve anche e soprattutto spaventare o quantomeno mettere inquietudine. E su questo livello, il film di Eisner sceglie di affidarsi alle esplosioni di rumore, alla fotografia molto curata di Alexandre (“Le colline hanno gli occhi” e “Alta Tensione”), effetti speciali, al make up zombesco degli infetti. E proprio qui sta l’errore. La strizza, almeno quella poca che il film del 1973 metteva, derivava da un’intuizione geniale di Romero che aveva scelto di dare ai contagiati un aspetto assolutamente normale così da creare un disorientamento continuo nello spettatore. Gli infetti di Eisner invece assomigliano di più a quelli incazzosi e scattanti di “28 giorni dopo”, quindi più a loro agio in un action movie che in un horror classico. Alla fin fine, nella memoria dello spettatore, rimangono un paio di scene (quella all’ospedale e quella nell’autolavaggio) ottimamente costruite, un finale post apocalittico che non fa presagire nulla di buono e dei titoli di coda che sembrano rubati ad un altro remake di Romero, il “Dawn of the Dead” di Zack Snyder, quello si un esempio di perfetto bilanciamento tra omaggio e reinterpretazione.
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