L'ultima casa a sinistra - Recensione (The Last House on the Left) Regia: Dennis Iliadis – Cast: Tony Goldwyn, Monica Potter, Sara Paxon, Garret Dillahunt, Spencer Treat Clark – Genere: horror, colore 110 minuti – Produzione: Usa, 2009 – Distribuzione: Universal Pictures
1972. La guerra del Vietnam è in pieno svolgimento. La televisione riversa ogni sera le immagini dei massacri di cui l’esercito stelle e strisce si rende responsabile, contribuendo al risveglio dello coscienze e delle rivendicazioni dei giovani americani. In questo clima di fermento critico anche i nuovi cineasti si sentono in dovere di manifestare la loro insofferenza verso i tradizionali canoni di Hollywood. Due colleghi d’università, Wes Craven e Sean Cunnigham, decidono di spingersi oltre, scrivendo e realizzando un thriller iperviolento vagamente ispirato alla “Fontana della Vergine” di Ingmar Bergman. Con “The Last House on the Left” (due ragazze vengono rapite e barbaramente seviziate da un gruppo di balordi, i quali per scherzo della sorte si trovano poi a chiedere ospitalità proprio alla famiglia di una delle vittime, scatenando la tremenda vendetta dei genitori) nasce il Rape&Revenge, la deriva più estrema del cinema di genere, destinata a shockare gli spettatori di mezzo mondo e a suscitare non poche polemiche per il suo sottotesto reazionario e giustizialista. Il filone, infatti, riscuote subito un grande successo spingendo all’emulazione anche registi e produttori nostrani che realizzano, a breve giro di posta, una serie di pellicole in gara per superarsi nel mettere su pellicola efferatezze e violenze sessuali (“L’Ultimo treno della notte” di Aldo Lado, “Autostop rosso sangue” di Pasquale Festa Campanile e “la Settima Donna” di Franco Prosperi, per citarne alcuni). In quest’epoca, dove il cinema americano dell’orrore sembra ormai fossilizzato nel riproporre remake di fortunati film del passato, non poteva passare indenne quindi anche l’opera prima del futuro creatore delle saghe di “Nightmare” e “Scream”. Balza subito agli occhi che questa sciapa riproposizione, affidata al quasi esordiente Dennis Iliadis, mette in secondo piano (per problemi di censura?) l’aspetto della violenza e delle umiliazioni sessuali, mentre lascia inalterato e anzi esaspera il lato dei dettagli sanguinosi e degli scontri fisici, soprattutto nel redde rationem finale. Iladis, inoltre, inserisce ex novo nel plot anche un elemento (il figlio di Krug, il capo degli aguzzini) rassicurante e sostanzialmente decisivo per l’happy end. Oltre alla confezione eccessivamente curata e controproducente per un film che dovrebbe trasmettere squallore e morbosità, quello in cui questo remake pecca maggiormente è però proprio nella scelta del cast. In particolare non regge il confronto il fondamentale personaggio di Krug, che nella versione del ‘72 era interpretato dal genuinamente folle David Hess (poi icona del genere), e che qui viene affidato a Tony Goldwin, trascurabile belloccio paratelevisivo. Nota di merito infine per la cupa e ipnotica “Dirge” dei Death in Vegas che accompagna i titoli di coda.
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