L'avvocato del diavolo - Recensione
(The Devil’s Advocate)Regia: Taylor Hakford – Cast: Al Pacino, Charlize Theron, Keanu Reeves, Jeffrey Jones, Judith Ivey – Genere: Thriller, colore 143 minuti – Produzione: USA 1997
Nel 1667 John Milton scriveva nel suo “Paradiso perduto” la frase: “Meglio regnare all’inferno, che servire in paradiso”, la stessa che il grande interprete italo-americano Al Pacino, avrebbe recitato appena quattro secoli dopo, in una celebre sequenza de “L’avvocato del Diavolo”, film del regista Taylor Hackford. Al centro della vicenda, proprio come nel poema in versi, l’eterno conflitto tra bene e male, le due alternative dinanzi alle quali l’uomo si trova costantemente a dover scegliere. Ad impersonificare tale condizione dell’esistenza umana è nel film, Kevin Lomax, brillante avvocato di provincia, interpretato da Keanu Reeves, che con la grinta impiegata rende bene il lato rampante e ambizioso del personaggio, capace di non perdere mai una causa e destinato ad un grande futuro come legale. Il primo segnale percepibile di una presenza diabolica all’interno del film, è dato dall’inasprimento della colonna sonora, nella scena in cui, in un bagno del tribunale, Kevin, si rende conto che il cliente che deve difendere dall’accusa di pedofilia, è in realtà colpevole. Il dilemma del protagonista, che si dibatte tra la volontà di riconfermarsi incontrastato principe del foro e quella di ‘fare la cosa giusta’, come recitato nel sottotitolo del film, è dispiegato allo spettatore attraverso un meccanismo alla “Sliding Doors”: mediante uno tra i più classici degli artifici narrativi, è possibile infatti assistere ad entrambe le scelte. Prendendo visione delle due alternative lo spettatore si ritrova assolutamente certo di quale debba essere la strada migliore da percorrere, ma la speranza di un finale rassicurante, che salvi la giovane moglie di Kevin, Mary Ann, interpretata da un’intensa Charlize Theron, dura molto poco, perché il Diavolo, o meglio Al Pacino, sarcastico e seducente, è sempre dietro l’angolo ad attenderci con le sue tentazioni. Le evoluzioni della trama, la bravura del blasonato cast di attori, la sensazione di vuoto da cui si viene colti per esempio nei dialoghi in cima ai grattacieli, quella di perversione e allucinazione delle scene girate negli interni di alcune delle proprietà del miliardario Donald Trump, hanno il merito di tenere lo sguardo di colui che assiste costantemente incollato allo schermo. Ad un occhio attento poi non possono sfuggire alcune finezze forse volontarie del regista, come l’inquadratura della scritta “In God we trust”, all’interno del tribunale, in un momento preciso del corso della storia oppure sul finale, l’inquadratura, questa volta dal basso di una New York completamente svuotata, come a voler simboleggiare la ‘caduta’, quella del personaggio e quella di uno degli angeli di Dio, durante la notte dei tempi. In conclusione, un lavoro, che nonostante gli anni e alcune esagerazioni di stile hollywoodiano, si merita ancora il primo posto in classifica, se non altro perché ci invita a riflettere su un tema, quale quello dell’integrità morale, mai anacronistico e sempre di difficile teorizzazione.
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