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Klaus Kinski - Biografia

Klaus Kinski: Herzog, gli amori e i giornalisti
(Sopot, 18 ottobre 1926 – Lagunitas-Forest Knolls, 23 novembre 1991)

E’ stato legato a Herzog in un rapporto d’amore/odio, non sopportava i giornalisti e non rispondeva alle loro domande, sempre le stesse per lui!
Si è sposato quattro volte, di cui l’ultima con una giovanissima Debora Caprioglio. Klaus Kinski, all’anagrafe Nikolaus Karl Gunther Nakszynski nasce in Polonia nel Golfo di Danzica da un padre cantante d’opera, in una famiglia molto povera. A causa di ciò, fare soldi sarà la sua ossessione per tutta la vita e lo spingerà ad accettare ruoli in film spesso di serie B però ben retribuiti.
Dopo un’infanzia triste e caratterizzata da precoci esperienze sessuali, sembra anche con la sorella, Klaus si trasferisce con la famiglia a Berlino.
Giovanissimo, parte per la seconda guerra mondiale, dove è fatto prigioniero dagli inglesi.
A ventisei anni viene ricoverato in manicomio, dove i medici lo definiscono un “pericolo pubblico”. L’attore all’epoca era innamorato non ricambiato di una dottoressa più vecchia di lui, perciò tentò il suicidio con la morfina.
Affetto da una grave infezione alla gola, si dice che se la estirpò da solo con il coltello per non pagare il medico. Debutta con il teatro, che abbandona in seguito per il cinema, dove si guadagna meglio.
Nel 1955 nella pellicola di Laszlo Benedek “All’est si muore” è un agente della Gestapo ed è in quest’interpretazione che colpirà Herzog ancora quindicenne che ne farà il suo attore icona. L’attore dividerà con l’allora tredicenne regista un appartamento a Monaco per pochi mesi e quest’ultimo si ricorderà di Klaus molti anni dopo.
L’inizio della carriera sarà all’insegna di parti con caratteriste che ben si prestano al viso particolare e allo sguardo da pazzo.
Nel 1965, Kinski ha un piccolo ruolo nel film in costume di David Lean “II Dottor Zivago” che però gli vale una nomination agli Oscar come Miglior Attore non Protagonista.
Negli anni successivi gira diverse pellicole del genere Spaghetti-western, tra cui “Per qualche dollaro in più” (1965), di Sergio Leone e “Quien sabe?” (1966), di Damiano Damiani accanto a Gian Maria Volontè.
Nel 1968 è con una Rita Haywoth in declino nel gangster movie di Duccio Tessari “I bastardi”.
L’anno dopo Klaus è il Marchese de Sade in “Bustine, ovvero le disavventure della virtù” del regista visionario Jesus Franco.
Sua partner femminile è una giovanissima e piuttosto discinta Romina Power che negherà questo ruolo per tutta la vita.
Sempre con Franco, l’attore girerà “Il conte Dracula” (1970) a fianco di Christopher Lee. Con l’outsider Antonio Margheriti è Edgar Allan Poe nel remake di “Danza macabra”, “Nella stretta morsa del ragno” (1971), dello stesso regista.
Nel frattempo, con un talento non ancora riconosciuto, Klaus Kinski si è sposato e ha divorziato due volte. Da entrambi i matrimoni ha avuto due figlie e con una di loro, l’attrice Nastassja, avrà si dice una relazione incestuosa. I loro rapporti saranno sempre disastrosi al punto che la figlia non andrà neanche al suo funerale.
Nel 1972 Kinski ha appena terminato una tournèe teatrale del Gesù, in cui sbraitava davanti al pubblico in delirio. Da qui all’ambiguo Lope de Aguirre, il passo è breve. Il film di Herzog “Aguirre, furore di Dio” (1927) è la storia di una folle spedizione dei Conquistadores a bordo di una zattera alla ricerca dell’Eldorado. Sul set si dice che all’inizio fu una guerra e diverse volte il regista minacciò Kinski con la pistola.
Alla fine, seppur tra tante difficoltà, questo fu l’inizio di una carriera internazionale e da questo film prese ispirazione Coppola per il suo “Apocalypse Now”.
Il sodalizio con Herzog continuò con “Nosferatu, principe della notte” nel 1979. Kinski è il principe delle tenebre in una figura che ricorda molto il vampiro di Murnau. Grandi orecchie deformi e lunghi incisivi, il personaggio è pervaso della tristezza di chi vive ai margini del mondo. A neanche due settimane dalla fine delle riprese di ”Nosferatu”,
Herzog e Kinski girano in neanche venti giorni “Woyzeck” (1979), dal dramma teatrale di Georg Buchner. L’attore è per la prima volta nel ruolo della vittima e la sua maschera tragica è assolutamente indimenticabile. Il personaggio è un poveraccio maltrattato da tutti che ucciderà la moglie.
Nel 1981, è un ironico psicoanalista nell’ultima commedia di Billy Wilder “Buddy Buddy” con Jack Lemmon e Walter Matthau.
L’idea apparentemente senza senso di trascinare un battello su per le montagne per portare l’Opera nel cuore dell’Amazzonia è al centro dell’opera visionaria “Fitzcarraldo” (1981). Kinski subentra a inizio lavorazione a Jason Robards ammalatosi gravemente e all’inizio nel cast c’è anche Mick Jagger dei Rolling Stones, che si ritira.
Del resto, l’attore stesso diceva che nessuno conosceva meglio il personaggio più di lui. Le riprese sono travagliatissime e durano quattro anni, ma alla fine Herzog porta a termine un bellissimo film con un fantastico Kinski accanto a Claudia Cardinale.
Herzog e il genio maledetto gireranno insieme il loro ultimo film sei anni dopo. Sul set di ”Cobra verde” (1987), il caratteraccio di Kinski arriva al punto di far sostituire il direttore della fotografia Thomas Mauch, collaboratore storico del regista.
E' la fine del loro sodalizio.Anni dopo, Herzog dedicherà al suo amato-odiato Klaus il film dall’emblematico titolo “Kinski - Il mio nemico più caro” (1999).
La carriera di Kinski si può dire che finisce proprio con “Cobra verde”. Kinski lascerà la scena dopo aver diretto “Paganini” nel 1989, presentato a Cannes. L’attore stesso è il violinista, in una sorta di soft-porno accanto alla quarta moglie Debora Caprioglio, qui accreditata Kinski. Il cast tutto al femminile comprende tra le altre Marcel Marceau e un’imbarazzante Donatella Rettore, oltre a Nikolai figlio della terza moglie Minhoi Genevieve Loanic. Il risultato è tremendo, memorabile solo la colonna sonora firmata dal grande Salvatore Accardo.
Dopo questo film e l’ultimo divorzio, l’istrionico Klaus si ritira in California dove morirà nel 1991. Il suo testamento spirituale si potrebbe riassumere nella frase “Si dovrebbe giudicare un uomo per le sue depravazioni. Le virtù possono essere simulate. Le depravazioni sono reali”, contenuta nella sua scandalosa autobiografia pubblicata nel 1989.

Ivana Faranda

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