"John Rambo" secondo Stallone  «Ho molto ancora da dire su John Rambo, se dovessi abbandonarlo per sempre sarei davvero depresso». Parola di Sylvester Stallone, a Roma la scorsa settimana per presentare alla stampa il suo “John Rambo”, quarto capitolo (ma non conclusivo) della “war series” dedicata all’eroe più muscoloso e profondo del cinema. A vent’anni dalle sue ultime imprese, John Rambo si è ritirato nella Thailandia settentrionale, dove lavora su un battello sul fiume Salween. A scuotere la sua nuova esistenza arriva un gruppo di missionari che gli chiedono di accompagnarli, risalendo il fiume, fino al confine con la Birmania, dove si sta combattendo una guerra civile giunta ormai al sessantesimo anniversario. Il loro scopo è portare medicinali alla popolazione perseguitata dai Karen, ma le cose naturalmente si complicano. Dopo essere arrivati a destinazione, i missionari guidati da Sarah e Michael Bennett (Julie Benz e Paul Schulze) vengono catturati e tenuti prigionieri in un campo militare birmano. Di fronte a questo evento, John Rambo non riesce a far finta di nulla e torna in azione… Sullo sfondo di una guerra civile che si sta realmente combattendo in Birmania, la fin troppa violenza e la pochezza dell’intreccio narrativo di “John Rambo” quasi perdono spessore se si pensa, ed è il regista stesso a confermarlo, al motivo per il quale Sylvester Stallone ha deciso di affrontare un argomento tanto attuale attraverso uno dei suoi personaggi più cari. «Esistono delle guerre “silenziose”, che passano inosservate, ed era di una di queste che volevo occuparmi - ha detto Stallone - Pensavo fosse interessante affrontare una guerra “sconosciuta”, diversa da quelle in Darfur o in Afghanistan, di cui non si fa altro che parlare. E poi John Rambo non avrebbe mai partecipato ad una guerra famosa!». E a chi gli fa notare che rispetto al 1982 si è verificato un “boom di morti” nel suo nuovo film, Stallone risponde serafico: «Non avevo scelta, dovevo mostrare la violenza in Birmania esattamente così come viene perpetrata. E non è che se ci sono più morti il film risulta violento e se i morti sono di meno allora è più drammatico. Non è così: l’eccidio di migliaia di monaci rappresenta la ferocia di coloro che mettono in ginocchio questa nazione». Forse più di Rocky Balboa, il personaggio di John Rambo significa molto per Sylvester Stallone, orgoglioso di essere associato al suo “alter ego” combattente. «Trovo che Rambo abbia due lati fondamentali, è l’eterno soldato che vuole tornare a casa, ma una casa non ce l’ha. Incarna allo stesso tempo il senso di solitudine che lo pervade e l’amore che prova verso qualcosa che non ha più». Una casa, in realtà, John Rambo ce l’ha, ed è quella dove torna quando tutto è ormai finito. Vestito esattamente come all’inizio della prima storia di Rambo, sembra che finalmente il soldato abbia trovato la conclusione delle sue avventure in una storia “circolare” il cui corso si è svolto nell’arco di oltre 20 anni. Ma non si sa mai, Sylvester Stallone/John Rambo ha ancora molto da dire, e non è detto che non torni, chissà come e chissà quando, a far parlare di sé.
d.c.
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