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Jean-Luc Godard - Biografia

(Parigi, 3 dicembre 1930)

E’ stato uno dei grandi esponenti del movimento cinematografico francese della Nouvelle Vague. Jean-Luc Godard nasce a Parigi il 3 dicembre 1930 da una ricca famiglia d’origine svizzera. Frequenta spesso la Cinématèque, che sarà una vera e propria fucina di talenti per la sua generazione con i suoi “film maledetti”, fuori da ogni dogma. Dopo aver studiato alla Sorbona, nel 1952 inizia a scrivere di critica cinematografica sui Cahiers du Cinema con lo pseudonimo di Hans Lucas. Il suo primo corto è “Opération Béton” del 1954 sulla costruzione della diga Grande-Dixence. Uno dei primi lavori di rilievo è “Fino all’ultimo respiro” (1960) con Jean-Paul Belmondo, sorta di manifesto del nuovo cinema francese, che vuole raccontare la realtà di tutti i giorni in tempo reale. Tratto da un accenno di sceneggiatura di Francois Truffaut, il plot è fondamentalmente esile ed è basato sulla storia tra il delinquentello Michel e la giovane Patricia. L’innovazione sta nell’uso della macchina da presa a mano che sembra quasi catapultare lo spettatore nella storia e nel montaggio atipico. Tutto questo, per andare contro il cosiddetto “cinema de papà”. Girata in quattro settimane e con un budget molto ridotto, la pellicola viene rifiutata a Cannes, per poi passare a Berlino dove prende l’Orso d’Oro. E’ l’inizio del primo periodo del regista che produrrà ben 22 lungometraggi fino al 1967. Tra questi, “Questa è la mia vita”, del 1962, vince il premio speciale della Giuria e quello della Critica a Venezia. Protagonista è la danese Anna Karina, sposata dal regista l’anno prima durante le riprese de “La donna è donna”, per cui viene premiata a Berlino come Miglior Attrice. I due divorzieranno nel 1968. Entrato nella storia del cinema, e tra i film più amati di Tarantino, è “Bande à part” del 1964, vicenda incentrata su un menage a trois in chiave noir. Godard fa un’incursione nella fantascienza con “Agente Lemmy Caution: Missione Alphaville” del 1965, con un fosco ritratto di un mondo futuro guidato dal computer Alpha 60, che controlla la mente degli uomini, una sorta di “Matrix” ante litteram. Con “La cinese” del 1967 comincia ad assumere una posizione politica molto netta verso la sinistra radicale, risentendo anche del clima che precede il ’68. E’ su questa linea il feroce ritratto della borghesia “Week-end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica” (1967). Sono gli anni della militanza politica, che lo porteranno a film corali con il gruppo Dziga Vertov formato da lui e vari registi. Il punto topico dell’impegno politico sarà nel 1972 con “Crepa padrone, tutto va bene” con la coppia d’intellettuali in crisi formata da Jane Fonda e Yves Montand, firmato in tandem con Jean Pierre Gorin. Sciolto Dziga nel 1972, il regista non produce nulla per tre anni e va a vivere a Grenogle con la sua nuova compagna Anne Marie Mieville. In questo periodo Godard inizia a provare la nuova cinepresa in 16mm Aaton. La utilizza nelle sei trasmissioni di “Six fois deux” del 1977. Il tocco magico del maestro ritorna nel 1980 con “Si salvi chi può (la vita)”, che segna il ritorno al privato dopo il ’68. Segue nel 1982 il film nel film “Passion”, storia di un regista polacco che deve girare una pellicola e che intreccia una liason con la proprietaria dell’hotel dove alloggia. La Carmen di Bizet in chiave moderna è il plot di “Prénom Carmen” del 1983, Leone d’Oro a Venezia. Mentre fa molto scandalo il lavoro successivo “Je vous salue, Marie” del 1984, con una ricostruzione contemporanea della figura della Madonna vergine e madre. In realtà, il lavoro è tutt’altro che blasfemo anzi inneggia alla purezza e ha Bach di sottofondo. Negli anni a venire, Godard continua a realizzare pellicole e nel 1990 firma “Nouvelle Vague” con Alain Delon e Domiziana Giordana, storia d’amore di una ricca signora svizzera con un uomo e il suo doppio. Per “Germania anno 90 nove zero” del 1991, s’ispira al capolavoro di Rossellini. L’amore in tutte le sue sfaccettature è al centro del difficile “Eloge de l’Amour”, del 2001, in un bellissimo bianco e nero. L’ultimo impegno del regista è nel film collettivo “Paris, Je t’aime” del 2006 presentato a Cannes, atto d’amore corale per la capitale francese.

Ivana Faranda



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