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Jane Eyre - Recensione

Regia: Franco Zeffirelli – Cast: Geraldine Chaplin, William Hurt, Charlotte Gainsbourg, Maria Schneider, Joan Plowright – Genere: Drammatico, colore 117 minuti – Distribuzione: Italia, Francia, Gran Bretagna, 1995

Diretto da Franco Zaffirelli e tratto dall’omonimo primo romanzo di Charlotte Brontë del 1847 “Jane Eyre” ha conquistato per la sua bellezza un David di Donatello. In realtà questa vicenda dall’impronta autobiografica ha già subito in passato molti adattamenti cinematografici e televisivi. La determinata e passionale Jane è dunque stata interpretata da Virginia Bruce, Joan Fontaine e Susannah York prima della francese Charlotte Gainsbourg, vista in molte pellicole tra cui “21 grammi” e “Io non sono qui” e vincitrice nel 2000 del premio Cesar come Miglior Attrice non Protagonista per la sua performance nel film “Pranzo di Natale”. La storia è quella della piccola Jane Eyre che, rimasta orfana, viene allevata a Gateshead Hall dalla tirannica zia Reed (Fiona Shaw) che in seguito l’affida al crudele Mr. Brocklehurst (Jhon Wood) rettore della tetra Lowood School in cui conosce Helen Burns (Leanne Rowe) che però poco dopo muore di tubercolosi. Ormai adulta Jane trova impiego come istitutrice della piccola allieva Adele (Josephine Serre) a Thornfield Hall, dove il padrone Edward Rochester (William Hurt) le rivela di avere avuto la bambina da una ballerina francese. Jane diventa presto gelosa di Blanche (Elle Macpherson), la figlia di Lord Ingram, a cui Rochester è interessato. Presenza oscura e nascosta nella casa è Bertha (Maria Schneider), la moglie pazza di Rochester di cui nessuno sa niente. Frattanto la zia Reed, morente, le confida di averle nascosto una lettera in cui lo zio paterno John (Richard Warwick) manifestava la volontà di incontrarla e farla sua erede. Successivamente Jane viene chiesta in sposa da Rochester ma il matrimonio sarà ostacolato in ogni modo. Jane Eyre è dipinta come un’ antieroina poichè non sono la bellezza e la ricchezza a caratterizzarla ma l’intelligenza e la rettitudine morale. Nonostante le molteplici sfortune e disgrazie sono proprio la sua intransigenza e severità con se stessa a regalarle la felicità che tanto desiderava. La pazza Bertha dunque in questo contesto diventa una sorta di alterego di Jane rappresentandone le passioni e il lato animale che nella società vittoriana dovevano essere represse e nascoste. Proprio come Jane, la scrittrice Charlotte Brontë fu accudita con le due sorelle da una severa zia confortate dalla presenza dell’affettuosa bambinaia. Qualche anno dopo è iscritta alla Clergy Daughter's School di Cowan Bridge, una scuola per figlie di ecclesiastici, le cui condizioni assolutamente spaventose (vitto insufficiente, condizioni igieniche inadeguate) causeranno la morte prematura delle due sorelle maggiori. In seguito diventerà insegnante e lavorerà come governante innamorandosi di un uomo famoso e sposato che però non corrisponde il suo amore provocandole un'insanabile ferita. Perciò è evidente che il romanzo da cui è tratto il film è fortemente autobiografico e intriso della stessa Charlotte che potrebbe dipingersi come alterego di Jane Eyre. La scelta di Charlotte Gainsbourg risulta dunque perfetta per interpretare questa grande antieroina romanzesca, rispecchiando perfettamente la realtà e la psicologia vigente all’epoca della Brontë, accompagnata dalle suggestive immagini di castelli misteriosi, eccentrici aristocratici, mali incurabili e passioni dolorose che certamente avevano incorniciato la società vittoriana. La Gainsbourg riesce perfettamente a porre in rilievo la tanto cara figura letteraria della governante tanto più colta e laboriosa degli stessi oziosi nobili, da intrappolare nella sua tela anche gli uomini più inumani. Certamente il film non poteva restituire a pieno la complessità e profondità del romanzo, ma ne fornisce una versione quasi impeccabile. Deliziose infine le musiche che si rivelano un piacevole accompagnamento delle vicende di questa “dolce e strana creatura quasi ultraterrena”, cosi definita dallo stesso Rochester che l’ha “amata più della sua stessa carne”.

Giusy Del Salvatore





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