JACQUES AUDIARD – BIOGRAFIA

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Jacques Audiard – Biografia

Si forma nelle vecchie cinemateque della Parigi degli anni ’60, assistendo, senza previa selezione dei titoli, ad una media di 10 film a weekend

(Parigi, 30 Aprile 1952)

Se Jacques Audiard fosse uno dei suo film, sullo schermo si parerebbe innanzi allo spettatore un uomo dall’incedere irrequieto; un uomo che vacilla tra luce e ombra; rivelerebbe adagio i tratti del volto e la ripresa lo indagherebbe prima in lontananza, vago e sfuocato, poi nitido nelle minuzie; l’inquadratura del dettaglio degli occhiali di tartaruga che indossa, verrebbe ridotta fino all’oscuramento e, naturalmente, dell’audio non percepiremmo altro che i respiri lenti prodotti dal petto grave. Infine, proprio l’assenza del frastuono di una colonna sonora, che ci dice cosa dobbiamo provare, ci farebbe cogliere dal disagio, facendoci finalmente avere un assaggio di ciò che probabilmente sta provando quest’uomo, un attimo prima di salire sul palco di uno dei festival di cinema più importanti ditutto il mondo.

Ci piace pensare che l’emergente regista francese, Jacques Audiard, trionfatore a Cannes con il lungometraggio “Il Profeta” rappresenterebbe così il proprio stato d’animo antecedente il ritiro del celebre Gran Premio della Giuria. E ci piace constatare come il solo fatto di potere immaginare una sua possibile sequenza, metta in rilievo la definitiva affermazione di questo regista come portatore di uno stile e di un’idea di cinema tanto personali ed innovativi, da meritare l’ approfondimento che segue.

Nato a Parigi, il 30 Aprile del 1952, Jacques Audiard, il cui padre Michel è un rispettato scenografo francese del dopoguerra, non frequenta alcuna scuola di regia, ma si forma nelle vecchie cinemateque della Parigi degli anni ’60, assistendo, senza previa selezione dei titoli, ad una media di 10 film a weekend. Tra lavori di diversa matrice, matura presto la passione per il “free cinema” inglese, di cui sono esponenti i solitari Lindsay Anderson e Peter Watkins. Nonostante l’iniziale tentativo di affrancarsi dal mondo della pellicola e l’iscrizione alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Sorbona, Jacques comincia ben presto ad impegnarsi come montatore ed assistente di nomi importanti quali quelli di Roman Polanski o dei connazionali Claude Miller e Michelle Blanc.

Avendo guadagnato il capitale, l’esperienza e la credibilità di cui continuerà a godere anche negli anni avvenire, può finalmente firmare nel 1994 il suo primo esperimento come regista. Intitolato “Regarde les hommes tomber” (1994), il suo primo road-movie, ha come protagonisti il noto attore Jean Louis Trintignant e il giovane Mathiew Kassowitz, che è poco dopo l’eroe del suo secondo, “Un heros tres discret” (1996), adattamento vincitore di diversi Cèsar e del Premio come Miglior Sceneggiatura a Cannes. L’esordio si rivela dunque encomiabile e la fiducia che la critica ripone nella direzione delle proprie opere è tanta da incoraggiarlo alla lavorazione delle due seguenti pellicole, che sono poi fulcro della purtroppo ancora esigua filmografia.

Stiamo parlando dell’intenso, “Sulle mie labbra” (2001), con la coppia d’effetto Vincent Cassel e Emmanuelle Davos e del penultimo, “Tutti i battiti del mio cuore” (2005), atipico remake di “Rapsodia per un thriller” (1978) di Toback. “Sulle mie labbra” è la storia di una ragazza sorda e di un criminale, i quali vessati dal sistema e indeboliti dalle proprie fragilità, si sfruttano tra violenze e ricatti, per poi legarsi indissolubilmente e ritrovarsi uniti nella propria emarginazione. Raccontato con estrema ricchezza di immagini piuttosto che di dialoghi, a far brillare il film è la particolare indagine psicologica che Audiard conduce sui propri personaggi, tanto cinici e sentimentali e tanto tragici e comici nello stesso tempo, da divenire quasi delle icone, in perfetta aderenza con la convinzione che fare cinema significhi appunto “creare delle icone specchio del nostro tempo”. Se i segreti del film con Cassel venivano svelati grazie al potere di leggere le labbra di lei, nel caso di “Tutti i battiti del mio cuore”, questa funzione è affidata invece alle note di un piano suonato dai delicati tocchi di una concertista cinese. Seppure della stessa fisionomia registica e sempre acclamato, il film si affida questa volta troppo alla comunicazione per immagini e rischia di rimanere distante, se non fosse per la magistrale interpretazione di Romain Duris, che impressiona per realismo e poesia, nei panni del rude e violento picchiatore parigino combattuto dalle proprie aspirazioni musicali.

Se in questi due film il potenziale artistico è solo intuibile, nell’ultimo intitolato “Il Profeta” (2009), di cui questi non sono che l’insospettato preludio, l’evidenza di tale potenziale è davvero esplosiva, tanto da abbattere i confini europei e da regalare al regista la candidatura a Premio Oscar come miglior film straniero. Definito dal Times: “Epico quanto -Il Padrino – un must”, tale polar (thriller francese) è il racconto di formazione del diciannovenne maghrebino Malik, condannato a sei anni di prigione, all’interno di una struttura che più che un istituto di recupero, rappresenta una micro-società criminale a cui è difficile sopravvivere. La tendenza ad esprimersi attraverso il linguaggio della telecamera piuttosto che quello della parola, è qui riconfermata e grazie al talento espressivo del sorprendente Tahar Rahim, il protagonista del film è ancora una volta in grado di essere riflesso e definizione stessa della società francese, di cui Audiard denuncia senza in fondo volerlo, una struttura sociale simile a quella carceraria, viziata dal potere corrotto delle istituzioni, dai capimafia più influenti e dallelotte tribali per il territorio. Il film viene perciò all’unanimità riconosciuto come un capolavoro e Audiard come il regista, che anche i meno disposti verso il cinema francese non possono non apprezzare.

Di Audiard poi è inevitabile non esserne curiosi soltanto ascoltandone le interviste che spesso concede alla stampa e in cui si scopre un uomo dalle concezioni moderne, che parla del cinema come di “une machine libidinale!", che prima di ogni lavoro si interroga sull’uso che verrà fatto del suo film, su quali altri prodotti, dai popcorn ai giocattoli, verranno venduti grazie a quello, che quando discorre di eleganza e mascolinità cita Vittorio Gassman e che della moralità dei suoi personaggi più negativi dà spiegazioni che ci sollevano dai soliti interrogativi. Non solo una scoperta, ma anche una risorsa e speriamo la promessa di un nuovo viaggio, è tutto quel che riassumendo potrebbe dirsi del regista francese Jacques Audiard.

Cecilia Sabelli


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