IO SONO L’AMORE – RECENSIONE

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Io sono l’amore – Recensione

Regia: Luca Guadagnino – Cast: Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Albe Rohrwacher – Genere: Commedia, colore 120 minuti – Produzione: Italia 2009, Mikado Film, First Sun, Rai Cinema - Distribuzione: Mikado - Data di uscita: 19 Marzo 2010

Un ritratto freddo ed anaffettivo di una famiglia industriale borghese, prigioniera di tradizioni, formalità e costrizioni proprie della sua classe di appartenenza. La protagonista, nonché padrona di casa, è Emma Recchi (Tilda Swinton), affiancata dal marito, uomo d’affari a capo dell’industria tessile di famiglia, Tancredi (Pippo Delbono), e dai loro tre figli: Elisabetta (Alba Rohrwacher), Gianluca (Mattia Zaccaro) ed Edoardo (Flavio Parenti). La loro vita trascorre cristallizzata in una realtà perfetta, ipocrita e priva di sostanza, dalla quale presto Emma si sente schiacciata e soffocata. A provare la stessa sensazione di impotenza e prigionia è il figlio Edoardo, primo ereditiere dell’azienda tessile di famiglia, e la figlia Elisabetta, alla scoperta della propria sessualità. Emma si sente di nuovo viva grazie all’incontro con un cuoco Antonio (Edoardo Biscaglia), amico del figlio. La sceneggiatura nasce da un’idea alla quale il regista, Luca Guadagnino, (“Melissa P”) ha lavorato per sette anni. Ad aiutarlo la sua ormai affezionata collaboratrice Tilda Swinton, già protagonista di suoi lavori precedenti, questa volta anche “complice” nella sceneggiatura e co-produttrice. Nonostante lo spettatore si senta a “casa propria” grazie ad un’ambientazione familiare tra Milano e Sanremo (Londra fa da sfondo solo ad una scena di affari) e all’interessante ricerca di uno stile made in Italy che si riflette nell’abbigliamento della famiglia Recchi, riconoscendo nella realtà descritta famiglie italiane di imprenditori ben noti (es. gli Agnelli), dal punto di vista contenutistico la pellicola non ci propone nulla di nuovo. Già molti cineasti hanno infatti riportato su grande schermo una critica spietata contro l’alta borghesia, ricca classe sociale senza scrupoli, attenta alle apparenze e dedita agli affari. Gli unici barlumi di sincerità e verità, rappresentati in questo caso dai personaggi di Elisabetta ed Edoardo, restano nascosti o, repressi, tentano invano di emergere. In una società divisa in classi e dominata dal razzismo è prevedibile ed imprescindibile la contrapposizione tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, padroni e servitori, e l’ormai ricorrente topos letterario e cinematografico rappresentato dall’inaccettabile sentimento amoroso vissuto tra la ricca Emma e il cuoco Antonio. Una certa originalità ed intensità della passione amorosa si riscontra forse nella prolungata scena corpo a corpo tra i due amanti, accompagnata dalla musica, fino al culmine del piacere, a pieno contatto con la natura. Gradito e “appetitoso”, ma già visto, è sicuramente l’amore che nasce in cucina attraverso piatti prelibati. Elemento che senza dubbi gioca a favore del film è la scelta del cast. Segreti e tradimenti ruotano intorno alla figura dominante di Tilda Swinton, attrice inglese di fama internazionale, che nel corso della sua carriera si è divisa tra mainstream hollywoodiani e film d’autore. Anche in questo caso non si smentisce: la sua fisicità statuaria, il suo sguardo freddo, il suo atteggiamento rigido ed imbalsamato la rendono perfetta nel ruolo dell’imperturbabile Emma di origine russa, annientata nella sua personalità. Accanto a lei, l’attrice italiana pluripremiata Alba Rohrwacher (“Il papà di Giovanna”, 2008), Diane Fleri (“Solo un padre”, “I Liceali”), e le due icone cinematografiche: Marisa Berenson e Gabriele Ferzetti (“C’era una volta il west”). Oltre al cast di alto livello, colpisce un’accurata ricerca di dettagli: i quadri tramandati di generazione in generazione, argenterie, lunghe tavolate per accogliere la famiglia numerosa; gli accesi colori degli interni in opposizione alle iniziali inquadrature, tendenti al bianco e nero della Milano industriale innevata, con le sue fabbriche fumanti tipiche di una città in trasformazione; l’equilibrio tra scene e musiche di John Adams. Tuttavia la pellicola non coinvolge, nè convince: una trama e una sceneggiatura poco intriganti e banali non le permettono di spiccare il volo, pur avendo come anima e corpo un’attrice magnifica del calibro della Swinton.,. alla quale l’applauso non si nega mai.

Elisa Cuozzo


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