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Ingmar Bergman

(Uppsala, 14 luglio 1918 – Fårö, 30 luglio 2007)
Ernst Ingmar Bergman, nato a Uppsala il 14 luglio 1918, è considerato unanimemente uno dei più importanti registi della storia del cinema. Figlio di un pastore protestante, riceve un’educazione religiosa molto severa che non manca in seguito di influenzare la sua visione della vita e dell’arte, anche se il regista afferma di aver perso la fede già da bambino. Nel 1937 comincia a studiare arte e letteratura all’Università di Stoccolma, dove viene in contatto con alcuni gruppi teatrali e comincia a diventare un cinefilo. Negli anni seguenti Bergman, considerato un promettente drammaturgo, scrive e dirige diverse opere teatrali e inizia a frequentare le produzioni cinematografiche in qualità di sceneggiatore. Nel 1944 esordisce al cinema come sceneggiatore e aiuto regista per il film antinazista “Spasimo”, il buon successo della pellicola gli permette di essere regista cinematografico a tempo pieno, mentre diventa anche direttore dell’importante Stadtteater di Helsingborg. Da quel momento alternerà sempre impegni teatrali e cinematografici. In circa dieci anni, l’autore svedese realizza numerosi film, partecipando al Festival di Venezia con il dramma familiare “Donne in attesa” (1952), ma il primo grande successo internazionale è certamente “Sorrisi in una notte d’estate” (1955), una commedia dolce-amara che è finalmente notata dalla critica a Cannes. Nel 1956 Bergman realizza “Il settimo sigillo”, rielaborando una sua piece teatrale. La storia di un cavaliere medievale, attanagliato da dubbi morali e religiosi che cerca di prolungare la sua vita giocando a scacchi con la morte, riscuote un enorme consenso e gli frutta un Premio Speciale della Giuria a Cannes, oltre a decine di premi minori. Nel 1957, con “Il posto delle fragole”, Bergman acquisisce definitivamente lo status di maestro del cinema. Il regista mette in scena i tormenti del dottor Isak Borg, un anziano medico che viaggia fisicamente e mentalmente all’interno delle sue memorie e dei suoi rimpianti. Oltre all’Orso d’Oro al Festival di Berlino il film vince il Premio della Critica a Venezia ed è tuttora considerato uno dei lungometraggi più belli mai realizzati. Dopo “Il volto” (1958), dramma grottesco con spunti metacinematografici, che gli porta un Premio Speciale a Venezia, il regista sente il bisogno di accantonare l’attività cinematografica, dedicandosi al teatro e alla televisione per qualche tempo. Quando riprende a girare film, decide di affrontare di petto quelle tematiche filosofiche e religiose che erano comunque implicite fin dai suoi primi lavori. I concetti di grazia, redenzione, peccato e la ricerca umana di un segno da Dio diventano le tematiche portanti della sua poetica. Nel 1960 con il dramma di ambientazione medievale “La fontana della vergine” vince l’Oscar, ma il capolavoro degli anni ’60 è certamente la cosiddetta “Trilogia del silenzio di Dio” che comprende “Come in uno specchio” (1961), “Luci d’Inverno” (1962) e “Il silenzio” (1963). Con “Come in uno specchio” Bergman ottiene il suo secondo Oscar, mentre “Luci d’inverno”, la storia di un pastore in profonda crisi religiosa, solleva un enorme scandalo e un vasto dibattito. I tre film raccolgono premi ovunque. Altra notevole pellicola degli anni ’60 rimane “Persona” (1966), film a tratti sperimentale, ricco di drammatici primi piani, fotografato in un bruciante bianco e nero, che lo stesso regista considera fra i suoi preferiti. Intanto, dopo tre matrimoni e altrettanti divorzi e un gran numero di relazioni, spesso con le sue attrici preferite, Bergman diventa sempre più pessimista sulle relazioni umane, tanto da decidere di recludersi nell’inaccessibile isola di Fåro, dove continua a girare, tenendo tuttavia lo stile di vita di un eremita. Negli anni ’70 l’ormai venerato maestro del cinema non rallenta la sua attività, producendo una serie televisiva che poi trasforma in un film di quasi tre ore “Scene da un matrimonio” (1973), un’aspra riflessione sulla famiglia e la società svedese che è considerata un capolavoro, preceduto dall’altrettanto famoso “Sussurri e grida” (1973). Nel 1976 Bergman viene indagato per evasione fiscale e platealmente arrestato mentre sta dirigendo Strindberg a teatro. Indignato per il trattamento, il regista cade in una profonda crisi e decide di abbandonare la Svezia, nonostante il successivo processo si concluda con un’assoluzione e con le scuse da parte del governo. S trasferisce a Monaco e accarezza per un po’ l’idea di girare con capitali americani. Il frutto di questa idea è il suo unico lungometraggio in inglese “L’uovo del serpente” (1977), storia surreale e opprimente che descrive l’ascesa del nazismo in Europa. Bergman continuerà a vivere a Monaco fino al 1984, tornando in Svezia solo per realizzare quello che è considerato il suo film-testamento “Fanny e Alexander” (1982), la saga autobiografica di una grande famiglia svedese. Il film, nella sua versione originale dura più di cinque ore e ha oltre sessanta personaggi, ma ne esiste anche una versione di sole tre ore. La pellicola vince anche 4 premi Oscar, ma Bergman intanto ha deciso di lasciare definitivamente il cinema. Negli anni ’90 si dedicherà però indefessamente alla regia teatrale, operistica e televisiva, ormai ammirato e considerato da tutti una personificazione vivente della settima arte. Il 30 luglio 2007, qualche giorno dopo il suo ottantanovesimo compleanno, muore nella sua casa di Fåro, lo stesso giorno nel quale in Italia si spegne l’altro grande regista europeo, Michelangelo Antonioni.
Fabio Benincasa


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