IL SANGUE DEI VINTI – CONFERENZA STAMPA AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA

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Il sangue dei vinti – Conferenza Stampa al Festival Internazionale del Film di Roma

Buona parte del cast artistico de “Il sangue dei vinti” insieme al regista Michele Soavi, allo sceneggiatore Massimo Sebastiani, al produttore Alessandro Fracassi e allo scrittore e giornalista Giampaolo Pansa, autore del libro omonimo al quale è ispirato il film, ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione della pellicola in Sala Petrassi all’Auditorium di Roma. Considerata la spinosità del tema trattato dal film, la guerra civile scoppiata al termine del secondo conflitto mondiale tra partigiani e aderenti alla repubblica di Salò, molte delle domande rivolte agli attori (Michele Placido, Barbora Bobulova, Ana Caterina Morariu e Alina Nedelea) e al regista si sono concentrate proprio su questo argomento.
L’intento del film è la pacificazione tra le due parti? Vi è ancora una divisione così netta in Italia?
Soavi: L’intento del film è assolutamente pacificatore, si intendeva riportare il tutto a valori più umani.
Pansa: Io non ho il dovere della cautela come il regista o il produttore del film e per questo posso affermare che l’Italia oggi non è affatto un Paese pacificato, è divisa e ognuno combatte per le rispettive memorie. Non ho mai chiesto se il film fosse stato fatto per pacificare. Quello che è certo è che tutti i film che cercano di aggiungere un pezzo di verità ad una visione più completa della storia sono ben accetti e dunque alla fine costituiscono un contributo a quella pacificazione che ancora non c’è stata.
Quando uscirà nelle sale “Il sangue dei vinti” e qual è stato il suo costo complessivo?
Fracassi: Il film è costato nove milioni di euro complessivamente. Dovrebbe uscire al cinema tra febbraio e marzo 2009 e poi arrivare in TV tra un anno e qualche mese.
Signor Placido, ha fatto fatica ad indossare la camicia nera nel film?
Placido: Non è stato difficile per me indossare quella camicia nera come avevo visto fare a mio padre in quegli anni. Sono nato nel 1946 ed appartengo a tutt’altra generazione di quella fascista. Anche se, essendo cresciuto in un piccolo paese del Sud Italia, devo dire che negli anni ’50 per giocare a pallone dovetti iscrivermi alla Giovine Italia e che nelle università era ancora preponderante la presenza del Fuan e del Fronte della Gioventù. Questa era la realtà del Meridione. Una volta giunto a Roma, ho conosciuto persone di sinistra e ho cambiato opinione politica. Con il tempo comunque ho riflettuto sugli errori dei fascisti e dei nazisti.
Signor Pansa, cosa ne pensa delle polemiche sulla collocazione del film nel Festival del Cinema di Roma?
Pansa: Sono sempre portato a vedere la metà del bicchiere pieno anziché mezzo vuoto. Certo, devo confessare che mi sarebbe piaciuto vedere che questo lavoro impegnativo fosse in concorso con gli altri. Apprezzo molto il produttore Fracassi che ha voluto affrontare un tema spinoso come questo, quando acquistò i diritti del mio libro da Sperling & Kupfer lo giudicai folle. Per questo motivo avrei voluto che gli sforzi fossero ripagati dalla collocazione del film in concorso.
Il libro di Pansa sollevò scalpore perché rivelava verità scomode sulla violenza efferata dei partigiani, non trovate che il film sia un po’ annacquato rispetto al testo originale?
Fracassi: Non credo che questa sia l’impressione giusta. Lo spirito del libro di Pansa è stato centrato dagli autori. Tutti ricordano le efferatezze dei partigiani ma non è solo questo, ci fu una verità negata, ci furono centinaia di persone che non sapevano dove fosse seppellito il proprio caro. Tutto ciò traspare anche nel film.
Signor Soavi come ha selezionato il materiale del libro da inserire nel film?
Soavi: Mi sono avvicinato a questo materiale con cautela. Questa storia, del resto, mi riporta alla mente anche dei difficili momenti familiari: mio padre era repubblichino e mia madre ebrea. Giampaolo Pansa mi ha consigliato di fare il film con gli occhi di un lappone, ovvero come uno straniero che si accostava a questi argomenti per la prima volta.
Signor Pansa, è soddisfatto del film?
Pansa: “Il sangue dei vinti” era secondo me un libro intraducibile in un film. Quando ho saputo che Fracassi aveva acquistato i diritti ho pensato che fosse matto, poiché si tratta di un catalogo di dati difficile da tradurre in immagini. Il film mi basta e mi avanza. E’ molto difficile far digerire una pellicola che metta una nuova pietra sulla strada della verità. “Il sangue dei vinti” ha rotto il muro dell’omertà e della paura degli sconfitti, facendoli uscire allo scoperto, ma non quello dei vincitori.
Alle tre protagoniste femminili chiediamo di tratteggiare il loro personaggio.
Nedelea: Nella sceneggiatura Lucia è una ragazza appena sposata che parte da un paese di provincia per andare in viaggio di nozze a Roma. Il marito muore durante quel viaggio a causa dei bombardamenti degli alleati e si apre così per Lucia una ferita che non si rimarginerà. E’ una bambina che gioca con il fucile e non si riprende più. Avevo 15 anni quando il mio paese (la Romania NdR) ha combattuto contro il dittatore Ceausescu. So cosa possa spingere la gente a rifiutare i processi e a cercare la giustizia sommaria. In Romania abbiamo sparato al dittatore e a sua moglie e mi chiedo se questo sia giusto. Non lo è ma almeno lì nessuno ha cercato di mistificare la realtà. Qui si è a lungo negata la realtà per le vittime fasciste.
Bobulova: Condivido le opinioni dei colleghi. La storia la conoscevo in maniera superficiale, scolastica. Capisco che si tratti di un argomento scottante per l’Italia e mi astengo da qualsiasi giudizio.
Morariu: Il mio personaggio non esprime giudizi ma ha di fronte il commissario che ha perso la sorella e non sa dove si trovi il suo corpo. Elisa capisce che tutti soffrono allo stesso modo e non se la sente di giudicare.
Ilaria Capacci

27 / 10 / 2008


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