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IL PRIMO RESPIRO - RECENSIONE
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Il primo respiro - Recensione

(Le premier cri) Regia: Gilles de Maistre – Cast: Isabella Ferrari (Voce) – Genere: Documentario, colore 99 minuti – Produzione: Francia, 2007 – Distribuzione: Lucky Red – Data di uscita: 13 Febbraio 2009

Il documentario raccontato dalla voce della bella Isabella Ferrari trascina in uno splendido e vorticoso viaggio intorno al mondo per assistere al miracolo della nascita in tutte le sue sfaccettature. Il primo respiro è la storia di tante nascite diverse, di donne coraggiose e della loro forza. Sullo sfondo tanti paesi, con le loro culture, tradizioni, difficoltà e la dirompente bellezza della natura, accomunati per un giorno dagli stessi fattori. I destini di tutti i personaggi si compiono in un lasso temporale di 48 ore e la loro storia ruota intorno ad un’unica giornata, quella del ventinove marzo 2006, in cui si è verificata un’eclisse solare totale visibile dal nostro pianeta. Durante l’eclisse le donne protagoniste hanno dato la vita ai loro bambini, ognuna secondo le proprie tradizioni o scelte. Così, grazie alla maestria del regista Gilles de Maistre, conosciamo Kokoya, donna Masai che vive nel cuore della Tanzania, ha circa quarant’anni ed è la quinta moglie del poligamo Olesieteri e sta per dare alla luce il suo settimo bambino. Poi siamo catapultati in Vietnam, nell’ospedale Le Tu Du, nel più grande reparto maternità del mondo dove avvengono circa centoventi parti al giorno. Qui la regola di base è la velocità, sotto lo sguardo vigile del primario, le nascite sono una routine. Un caso singolare lo vediamo negli Stati Uniti: riguarda Vanessa e Michael due trentenni che vivono in una comune con altre otto persone, sono un gruppo di amici attivisti. Vanessa ha optato per un parto non assistito, vive la sua gravidanza in modo totale, decisa di appropriarsi della nascita del suo bambino. La sua è una scelta coraggiosa e molto bella. Visitiamo poi il Niger con Mané, una donna tuareg che partorirà il suo bambino nel mezzo del deserto su una stuoia, con intorno i suoi familiari. Una delle nascite più belle del film è quella per cui hanno optato Gaby e Pilar, due donne che hanno scelto di partorire in acqua con i delfini, con l’aiuto prezioso dell’ostetrica Adriana. Il rapporto che si istaura fra gli animali e le mamme è umano e toccante. Il film prosegue e ci porta in altre parti del pianeta: in India dove aspetta la sua quarta bambina, Sunita; oppure in Brasile dove la giovane indiana, Majtonré, sta per dare alla luce il figlio aggrappata ad un ramo nella sua capanna. I paesaggi sono suggestivi e bellissimi, conosciamo parti di mondo inesplorate. Grazie alla storia che riguarda Elisabeth andiamo in Siberia, lei fa parte della tribù dei nomadi Dolgans ed è l’unica donna ad aspettare un bambino. Viene portata all’ospedale con l’elicottero sanitario, la temperatura esterna è di -50°, la telecamera inquadra fuori la finestra del reparto e il mondo sembra immobile sotto tutto quel ghiaccio. In Europa conosciamo Sandy, una ballerina che vive per la danza, viene ripresa mentre volteggia con il suo pancione durante l’ultimo spettacolo sulle rive della Senna, con Parigi che dipinge la notte. Una delle ultime storie è di Yukiko ed avviene in Giappone, dove questa mamma incinta del secondo bambino opta per un parto naturale nella stessa casa dove è nata lei, con lo stesso dottore ad assisterla. Quest’ultimo ha creato un luogo dove le gestanti possono tornare a vivere come le loro antenate, svolgendo tutti i lavori e le mansioni di un tempo, aspettando che arrivi il fatidico giorno. Tutte queste toccanti storie ci riguardano, sono vere, profonde, in fondo l’abbiamo vissute tutti… forse è proprio per questo che entrano nel cuore. Il film è incentrato su due elementi fondamentali: le emozioni e l’estetica. Non ci sono dialoghi e tutto viene raccontato da una voce narrante che guida lo spettatore. Un ruolo fondamentale viene dato anche alla musica, che in questo caso è stata affidata al compositore Armand Amar. Il musicista analizzando il progetto e carpendone le emozioni, ha cercato di usare i suoni dei diversi paesi trattati, in maniera non confusionaria, per dare un effetto diverso, cinematografico, che accompagni le immagini in modo naturale ed entri a far parte del lungometraggio in prima persona, esprimendo un punto di vista. Ciò che colpisce è come il regista sia riuscito ad entrare in contatto con le donne protagoniste, e vivere insieme a loro un momento così intimo come quello della nascita del proprio figlio. Il risultato è un film poetico e toccante sui primi istanti della vita.

Sonia Serafini





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