Il nastro bianco - Recensione (Le Ruban blanc (Das Weisse Band)) Regia: Michael Haneke - Cast: Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Joseph Bierbichler - Genere: Drammatico, colore 145 minuti - Produzione: Austria, Germania, Francia 2009, X-Filme Creative Pool, Les Films du Losange, Wega Film - Distribuzione: Lucky Red - Data di uscita: 30 ottobre 2009
Dopo aver vinto il Gran Premio della giuria a Cannes nel 2001 con “La Pianista”, il cineasta austriaco Michael Haneke torna nelle sale italiane con un’altra vittoria, “Il nastro bianco” insignito della Palma D’Oro del festival di Cannes del 2009. Il film è ambientato in un villaggio della Germania del Nord alla vigilia della Prima Guerra Mondiale ma la pellicola non vuole raccontare una storia sul nazismo o sulla Germania bensì uno spaccato di umanità gretta, ottusa e violenta. I protagonisti sono gli abitanti del villaggio: il barone e la baronessa, i contadini, il medico, la levatrice, il pastore e la famiglia e i bambini del coro e della scuola. Il film si tinge di “giallo” quando iniziano ad accadere eventi strani: il medico ha un incidente, una contadina muore, alcuni bambini sono vittime di prepotenze e sevizie; mentre si cerca il responsabile di queste azioni aleggia mistero. I volti sono tanti ma il film è facile da seguire: ogni personaggio è ben delineato nel proprio ruolo. Ogni apparenza, pregiudizio ed esaltazione di valori, che non sono quelli che realmente contano, viene smontata e sviscerata. Ogni protagonista nasconde infatti dietro la sua professione ed immagine comportamenti abietti e riprovevoli e, nel quadro di una società patriarcale, la severa condotta dei capifamiglia si riversa sui figli che probabilmente diverranno i carnefici del successivo terrorismo nazista. I valori celebrati legati ad una religione, ad una cultura e ad una disciplina, applicati in maniera esasperata, si trasformano in assolutismo e dittatura in ogni tempo e in ogni spazio e il film si distingue nella sua rappresentazione schietta di una violenza e di un buon costume malati. L’unico elemento sano è il maestro (Cristian Friedel) che è anche la voce narrante, l’unico in grado di cogliere le deformazioni della comunità. L’azione è strutturata con precisione ed intelligenza dilatata nel tempo, per nulla breve, con silenzi lunghi e frequenti. Le serie tematiche trattate sono rese forse ancor più forti dal singolare utilizzo del bianco e nero che conduce nel passato e che simboleggia la prospettiva limitata della piccola comunità. Insomma una pellicola non leggera da sostenere fino alla fine ma di grande effetto.
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