IL MIO SOGNO PIù GRANDE - RECENSIONE

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Il mio sogno più grande - Recensione

(Gracie) Regia: Davis Guggenheim – Cast: Carly Schroeder, Elisabeth Shue, Andrei Shue, Dermot Mulroney – colore 93 minuti – Produzione: USA 2008 – Distribuzione: Moviemax – Data di uscita: 18 luglio 2008

Il calcio è da sempre uno sport difficilmente trasportabile nella finzione del grande schermo perché ha dei tempi di gioco e dei movimenti praticamente impossibili da simulare realisticamente. Non fa eccezione “Il mio sogno più grande” di Davis Guggenheim (già premio oscar per il film documentario “Una Scomoda Verità” interpretato dall’ex Vice Presidente USA Al Gore) che ha i momenti di maggiore debolezza proprio nelle parti in cui tenta di riprodurre in maniera verosimile tiri, dribbling, contrasti e azioni manovrate, finendo però nel cadere nel cosiddetto effetto “Holly e Benji” (da un fortunato cartone animato giapponese basato appunto sul calcio): rallenties esasperati, azioni personali insistite e poco credibili, stati emozionali dei giocatori dilatati all’eccesso, una generale concezione dello spazio/tempo molto discutibile. Il film si mostra invece molto più godibile sotto l’aspetto della ricostruzione rapporti umani, sociali e familiari. Già, perché al centro di tutto c’è la vicenda della famiglia Bowen, padre (Bryan), madre (Lindsay), 3 figli maschi e una femmina (Gracie), tutti residenti a South Orange nel New Jersey e appassionatissimi di calcio giocato. Quando il figlio più grande (Johnny), promessa della squadra locale, muore disgraziatamente in un incidente stradale, la giovane Gracie decide di riempire il vuoto del fratello diventando giocatrice nella squadra maschile per vincere il campionato sfuggito per poco a Johnny. Per realizzare questo sogno comincia ad allenarsi contro lo scetticismo di tutti, finendo però col trascurare scuola e fidanzato. Solo la sua tenacia e determinazione farà cambiare idea a tutti riportando unità nella famiglia e onorando così la memoria del fratello scomparso. La vicenda narrata si basa su fatti realmente accaduti alla famiglia Shue, rappresentata nel film dalla bravissima Elisabeth che interpreta una madre sofferente ma sempre presente, ed Andrew che oltre a impersonare l’allenatore in seconda della squadra, è anche produttore del film ed autore del soggetto. Come i Bowen, anche gli Shue, infatti, avevano una passione smodata per il calcio (che negli States, va detto, rimane ancora uno sport di nicchia) e persero un fratello in un incidente. Come accennato, il punto forte della pellicola sta nel racconto del percorso di crescita di Gracie: dai primi turbamenti adolescenziali, alle scappatelle insieme all’amica disinibita, al rapporto contrastato con il padre fino alla maturazione come ragazza ed atleta. Per il resto “Il mio sogno più grande” segue la trafila di molti sport-movies: diffidenza iniziale-duro allenamento-prima sconfitte che non fanno però demordere-ancor più duro allenamento-commovente vittoria finale. In tal senso il riferimento principe non può che essere “Rocky”, sia per la presenza delle uova (Rocky se le mangia a crude a colazione mentre Gracie finisce col palleggiarci), che per le sequenze di allenamento ritmate da musica trionfante, che, soprattutto, per la scena finale quando il padre in mezzo alla confusione festante cerca, chiamandola a gran voce, la figlia Gracie, a mò dell’Adrianaaaaa di Stallone. Il tutto è accompagnato da una colonna sonora, seppur non originalissima (quante volte avremo visto/sentito “Get down tonight” durante una festa ambientata negli anni 70??) , sicuramente di buon impatto e impreziosita da un gran pezzo del conterraneo Springsteen.

Vassili Casula


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