Il bambino con il pigiama a righe - Recensione (The Boy In the Striped Pajamas) Regia: Mark Herman, - Sceneggiatura: Mark Herman - Cast: David Thewlis, Vera Farmiga, Rupert Friend, Asa Butterfield, Jack Scanlon, Amber Beattie - Produzione: Heyday Films, Miramax Films, BBC Film (USA, Gran Bretagna - 2008) - Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia - Uscita il 19 dicembre 2008
Il dramma dell’Olocausto e del Nazismo visto dagli occhi di un bambino di 8 anni. Protagonista di questa storia è Bruno (Asa Butterfield) , un bambino che, trasferitosi da una Berlino ancora immersa nel sogno della vittoria e non toccata dalla guerra, scoprirà con l’innocenza e la disillusione della sua giovanissima età tutto l’orrore e l’assurdità della “Soluzione Finale”. Bruno è infatti il figlio del comandante di un campo di concentramento per ebrei (David Thewlis), da lui scambiato inizialmente per “una fattoria con contadini strani”, che al sogno del Nazismo antepone la sua passione per l’esplorazione e la curiosità per il mondo che lo circonda. E proprio la sua curiosità lo porterà, ignorando le raccomandazioni della madre (Vera Farmiga), a prendere contatto con quella strana fattoria facendo la conoscenza di un bambino ebreo, Shmuel (Jack Scanlon), e scoprendo lentamente ma non completamente la realtà. Bruno perderà lentamente fiducia nella sua famiglia che vede ora con occhi diversi, combattuto tra l’illusione che ha vissuto fino all’incontro con Shmuel e la realtà che a tratti gli si presenta davanti agli occhi. Il finale tanto assurdo quanto tragico vuole essere simbolicamente uno specchio dell’assurdità del Nazismo e dell’Olocausto. Tratto dal bellissimo romanzo “Il bambino con il pigiama a righe “ del 2006 dello scrittore irlandese John Boyne, il film perde però terribilmente efficacia non riuscendo ad esprimere il carattere dei personaggi e portandosi lentamente e stancamente verso la conclusione della storia. Forse il regista e sceneggiatore Mark Herman (“Prenditi un sogno”, “Little Voice – è nata una stella”, “Grazie signora Tatcher”, “Tutta colpa del fattorino” ) voleva portare sugli schermi una favola poetica ma il risultato è un film incredibilmente lento, fatto di poco o nulla dove l’elemento base e di successo del romanzo (ossia l’analisi delle coscienze e dei pensieri dei personaggi) non riescono mai ad emergere. Tant’è che solo il ruolo della madre riesce a emozionare, incarnando (secondo il regista) quella Germania che durante la II Guerra Mondiale, pur non approvando, riteneva che bastasse chiudere gli occhi o allontanarsi dall’orrore per salvare la propria dignità e quella dei propri figli. Gli altri personaggi appaiono invece troppo forzati, si percepisce che tutte le loro storie hanno un che di assolutamente unico ed emozionante ma (e qui è il problema) i tempi cinematografici (il film dura appena 93 minuti) non consentono di sviscerarli riducendo il tutto ad un mero racconto delle emozioni di Bruno, non facilmente comprensibili però senza aver approfondito le persone che lo circondano. Un film sicuramente non adatto ai bambini e poco gradevole anche per un pubblico adulto; siamo lontani dalla delicatezza de “La vita è bella” o dal crudo documentarismo di “Schindler’s List”; l’ennesima conferma che fare un buon film da un bellissimo romanzo è nelle corde di pochi.
Tommaso Francini
10 / 12 / 2008
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