Ieri sera su Rete 4: Vi presento Joe Black
Erich Fromm sosteneva che nella vita di un uomo vi è certezza solo per ciò che riguarda il passato, mentre per ciò che riguarda il futuro solo la morte è certa e indicava come soluzione alla disperazione di tale certezza un'unica possibilità: l’amore. E proprio amore e morte sono i protagonisti del film "Vi presento Joe Black", andato in onda ieri sera in prima serata su Rete 4. Diretto da Martin Brest, lo stesso dello storico “Profumo di donna” con Al Pacino, "Vi presento Joe Black" (1998), sebbene ormai abbastanza datato come film, rimane un classico da tenere nella propria videoteca personale, se non altro per essere il film più costoso mai prodotto senza uso di particolari effetti speciali. Molti, circa 90 milioni, dunque, i dollari spesi per mettere in scena la storia del magnate William (Bill) Parrish, interpretato da un magistrale Anthony Hopkins, la cui vita, tutta affari e famiglia, viene improvvisamente sconvolta dalla presenza di uno sconosciuto, sulla cui provenienza si dibatte per tutta la durata della pellicola. Il suo nome è Joe Black ed è lo stesso Bill a dargli questo nome per nasconderne l’identità agli affetti più cari. Il suo volto è lo stesso del grande Brad Pitt, in grado di rendere il sinistro personaggio, a tratti buffo, a tratti autoritario, con lo straordinario talento e il fascino che d’altronde l’hanno reso celebre. Chi è dunque Joe Black? Per quale motivo la sua presenza arriva ad influenzare qualsiasi decisione Bill si trovi a dover prendere? Non secondaria è poi la relazione del personaggio con una delle due figlie, interpretata da una splendida Claire Forlani, alla quale il padre cerca di insegnare a riconoscere l’amore: “Trasalimento, eccitazione, passione, il senso della vita” dichiara Bill, “Accettazione dei difetti dell’altro”, è la spiegazione di un altro dei personaggi, “Fiducia, impegno e sincerità”, ciò che Joe impara. Il film insomma non è altro che una lunga e sentita dissertazione sull’amore e le sue forme, quello tra uomo e donna, quello paterno e più di tutti in assoluto quello per la vita, come a conferma di quanto teorizzato in maniera quasi scientifica da Fromm. Una vita che persino il suo antagonista, la morte, arriva a desiderare di possedere. Di pregio, oltre alle performance attoriali, le scenografie, non a caso l’arredamento degli interni è stato affidato all’impeccabile gusto di Dante Ferretti. Un film da vedere dunque, del cui lieto fine c’è da essere grati allo sceneggiatore, soprattutto dopo le tre ore di visione di cui l’opera è forse rea.
Cecilia Sabelli
15 / 09 / 2009
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