E’ uno di quegli attori che o si amano o si odiano! Harvey Keitel, classe 1939, è nato a Brooklyn da padre polacco e madre rumena. La sua vita non è stata facile, glielo si legge sul viso, segnato da rughe profonde. Giovanissimo entra nei Marines, quando ne esce, si iscrive all’Actor’s Studio di Lee Strasberg per superare la balbuzie di cui soffre. Del resto ancora oggi, dopo tanto successo, ha problemi con il suo accento di Brooklyn e non si separa mai dal suo personal trainer/terapeuta. Probabilmente molto del suo fascino viene proprio da questo essere ruvidamente “vero”. Keitel sostiene che l’attore non deve risparmiarsi sul set ma bruciarsi, non deve interpretare ma incarnarsi. Ed è quello che ha fatto durante tutta la sua carriera iniziata con Scorsese con: “Chi sta bussando alla mia porta?” (1969), “Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno” (1973), “Alice non abita più qui” (1975), “Taxi driver” (1976). Nel 1977 lavora nel film diretto da Ridley Scott “I duellanti”. Gli anni ’80 sono segnati da una profonda crisi professionale. Fortissima, in questo decennio, la sua presenza nelle produzioni italiane: nel 1982 è diretto da Ettore Scola ne “Il mondo nuovo”; poi da Roberto Faenza in "Copkiller" (1983); seguito da “Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti” (1986) di Lina Wertmüller; “L’inchiesta” (1986) di Damiano Damiani e “Caro Gorbaciov” (1988) di Carlo Lizzani. Ritorna a collaborare con Scorsese ne “L’ultima tentazione di Cristo” (1988) dove interpreta Giuda Iscariota. Dopo "Il grande inganno" (1990) di Jack Nicholson, nuovamente diretto da Scott, Keitel rinasce letteralmente con “Thelma & Louise” (1991), dando volto al sensibile detective Hal che cerca disperatamente di salvare le due eroine. La sua grande prova di recitazione è l’anno dopo ne “Il cattivo tenente” di Abel Ferrara. Un artista così non poteva non lavorare con Quentin Tarantino prima ne “Le iene - Cani da rapina” (1992), poi in “Pulp Fiction” (1994), dove il suo compito è “risolvere problemi”. Nel 1993 è protagonista di "Lezioni di piano" con cui Jane Campion vince l'Oscar e la Palma d'Oro a Cannes. Ancora nella sua amata Brooklyn, in “Smoke” (1995) di Wayne Wang e Paul Auster è il tabaccaio filosofo che guarda la vita con sguardo disincantato, interpretazione che gli vale un Premio David di Donatello come Miglior Interprete Straniero. Ha lavorato tra i tanti: con Théo Angelopulos in "Lo sguardo di Ulisse" (1995); con Spike Lee in "Clockers" (1995); Robert Rodriguez in "Dal tramonto all'alba" (1996); Stephen Frears in "A prova di errore" (2000). In Italia è stato diretto da Giovanni Veronesi in "Il mio west" (1998); Sergio Citti in "Vipera" (2001) e Renzo Martinelli in "Il mercante di pietre" (2005). Uomo dal carattere non propriamente facile si è permesso il lusso di abbandonare il set di “Apocalpse Now” dopo una discussione con Coppola e quello dell’ultimo film di Stanley Kubrick “Eyes Wide Shut”. Non ama i produttori di Hollywood, né tantomeno i giornalisti. Eppure intrigante come al solito ha incantato tutti alla presentazione italiana del film di Renzo Martinelli “Il mercante di pietre”. Insomma un personaggio assolutamente unico che, con la sua compagna Peggy Gormley, possiede una sua casa di produzione. La sua ultima interpretazione è stata nel 2007 ne “Il mistero delle pagine perdute” di Jon Turteltaub con Nicolas Cage, seguito del “Mistero dei templari”.
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