GREEN ZONE - RECENSIONE

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Green Zone - Recensione

In guerra vince chi finge

Regia: Paul Greengrass - Cast: Matt Damon, Greg Kinnear, Jason Isaacs, Amy Ryan, Khalid Abdalla, Yigal Naor, Nicoye Banks, Said Faraj, Sean Huze, Bijan Daneshmand, Raad Rawi, Jerry Della Salla, Edouard H.R. Gluck, Allen Vaught, Brendan Gleeson, Antoni Corone - Genere: Azione, Drammatico, Spionaggio, Thriller, colore - Produzione: Gran Bretagna, USA 2009, Working Title Films - Distribuzione: Medusa - Data di uscita: 9 aprile 2010

L’Iraq è terra di nessuno e territorio di molti, da quando è stata invasa per la seconda volta (2003) e diventato luogo di nefandezze e conflitto. In molti si sono sbracciati per raccontarci la storia, gli interessi alle spalle della guerra lampo promossa dagli USA e dai suoi alleati, oltre ad ogni tipo di malessere che ogni ostilità reca all’umanità coinvolta. Paul Greengrass, abilissimo mestierante del cinema spy, prende spunto dal romanzo di Rajiv Chandrasekaran e ci regala "Green Zone", turbolenta pellicola che, partendo dall’area protetta del titolo a Baghdad (10 km recintati e con ogni confort), segue la squadra del capitano Miller, il soldato-agente Matt Damon, alla ricerca delle Armi di distruzione di massa, che ovviamente come la storia insegna non ci sono da nessuna parte. La politica poco importa al regista britannico, che invece si scaglia contro il fantomatico valore di una parola o di una promessa di pace, seguendo il protagonista lanciato all’inseguimento di un informatore “affidabile”, in grado di rivelare l’ubicazione delle atomiche, prima che il governo si metta di mezzo. Perché in quel punto si snoda la narrazione, nello scontro interno e poco unitario tra le diverse agenzie del governo americano che operavano in loco, una confusione organizzativa che ha permesso al caos di dilagare fino all’era Obama e chissà per quanto ancora oltre. L’inseguimento diventa speranza, la fuga motivo di ribellione, ricordando a chi guarda che si tratta di una battaglia vera e propria dove l’etica della vita è pari a niente, cronaca di tutti i giorni. Il film indaga la finzione mediatica architettata per invadere il paese iracheno, ma poi si ferma lì, non punge dove vorrebbe e allora il plot sterza verso quel che funziona meglio. L’azione di fattura bellica, la guerra vista col distacco di un esaltato, l’anarchia della violenza. Un frullato di due ore che avvince e impone un ritmo senza sosta e, una volta giunti al termine della corsa, si rimane con la stessa impotenza dell’inizio: tanto rumore per nulla. La morale è spicciola, anche quando i buoni trionfano in guerra, il marcio viene sempre a galla e l’opinione pubblica conta quanto aria fresca.

Simone Bracci


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